Analisi Grafologiche

Dalla persona alla scrittura, dalla scrittura alla persona

Il testamento di Kurt Cobain

Immagine1Su ogni manuale di grafologia che si rispetti si trova scritto a chiare lettere che per analizzare una scrittura bisogna tener conto dei fattori che hanno concorso alla formazione della scrittura stessa.

Saudek (1925) elenca ben dodici elementi che possono incidere sulle “variazioni naturali della grafia” (ovvero quelle non artificiose, quali l’imitazione e la dissimulazione)(Bravo, Variazioni naturali e artificiose della grafia, pp. 34-35).

Per quanto sia un’ovvietà di senso comune che la scrittura varia (in parte) al variare di alcune condizioni soggettive e oggettive (ad es. lo stato d’animo, il piano d’appoggio, lo strumento scrittorio) non c’è niente di più semplice che dimenticarsene in fase di analisi e attribuire qualsiasi variabilità a cause estrinseche, quali ad esempio l’imitazione.

Un esempio molto ben scelto, a questo proposito, è quello riportato in un articolo di Scrittura (n.148) a firma di Antonella Padova dall’eloquente titolo “Insidie peritali“. L’abstract così recita:

Immagine2

«Viene presentata una scrittura caratterizzata da stentatezze, tremori e instabilità che gli esperti potrebbero attribuire alla patologia mentre in effetti dipendono da circostanze contingenti e accidentali. Un monito per grafologi e periti».

Come potete osservare la prima scrittura ha qualcosa di strano. Alzheimer? Parkinson? No, molto semplicemente è stata scritta in pullman.

Cosa c’entri questo discorso con il testamento di Kurt Cobain è presto detto.

Per tutti coloro che hanno avuto 18 anni negli anni 90 non ci sarebbe in effetti bisogno di spiegare chi sia Kurt Cobain. Wikipedia ce lo descrive, molto freddamente, «come un cantautore e chitarrista statunitense, frontman del famoso gruppo musicale grunge Nirvana».

Quello che non dice è che stata un’icona, se mai ce n’è stata una, della musica rock contemporanea, anche per essersi ucciso alla tenera età di 27 anni  (il che ha indubbiamento contribuito al processo di “iconicizzazione”).

Kurt Cobain, il 5 aprile 1994, si è chiuso in un garage, si è iniettato una dose letale di eroina e per non lasciare nulla al caso si è tirato anche un colpo di fucile. Prima di farlo, tuttavia, ha trovato il tempo di lasciare un testamento spirituale, che verrà letto qualche giorno dopo dalla vedova-Cobain (la “anch’ella rocker” Courney Love) ai suoi adoranti fan.

Quella che è passata alla storia come suicide letter è tuttavia al centro di un vero e proprio giallo grafologico. Le ultime righe sono infatti visibilmente difformi dal resto (e in un articolo successivo vedremo come e perché). Secondo alcuni sarebbero stati aggiunte dalla vedova-Cobain, la quale avrebbe addirittura commissionato l’omicidio di Kurt, ovviamente al fine di intascarne le cospicue royalty.

handwriting_practiceLe righe incriminate, le ultime tre, recitano: «Per favore, Courtney, tieni duro, per Frances, perché la sua vita sia più felice senza di me. Ti amo. Ti amo».

È la prima volta che Kurt si rivolge a Courtney in tutta la lettera e, secondo qualcuno (“a pensar male si fa peccato”) sono proprio queste le righe che sarebbero state aggiunge dall’intraprendente vedova, per allontanare i sospetti dalla sua persona.

Qualcun altro si è spinto addirittura a confrontare la grafia di Courtney con quella di Kurt, e c’è chi è pronto a giurare che Courtney sarebbe stata trovata in possesso di un foglietto in cui si esercitava a imitare la scrittura del defunto (o da defungere) marito.

Nonostante questa teoria abbia un indubbio fascino letterario, come spesso accade, le ipotesi dietrologiche non sono quasi mai le migliori.

heavierMi era rimasto il sospetto che ci fosse qualcosa di “sbagliato” nel testamento di Kurt, e nelle ultime righe in particolare, ma vuoi per le riproduzioni non certo ottimali, vuoi per pigrizia (non è mai piacevole fare per diletto ciò che si fa per lavoro) non avevo mai approfondito più di tanto.

L’altro giorno, tuttavia, mi sono ritrovato in mano Più pesante del cielo, la biografia dei Cobain di Charles Cross e ho scoperto che c’è una spiegazione molto più semplice, ma non per questo meno affascinante.

«Poi recuperò il biglietto dalla tasca. C’era ancora un po’ di spazio libero. Lo posò sul linoleum, e a causa della superficie fu costretto a scrivere lettere più grossolane, più disordinate» (Cross, Cobain. Più pesante del cielo, Arcana, p. 277).

Non so se questo resoconto sia sufficiente a scagionare la signorina Love dall’accusa di aver fatto “suicidare” il marito, e certamente su una teoria del genere sarebbe impossibile girare un documentario, ma questa storia qualcosina, comunque, ce l’insegna: se non è pullman potrebbe essere linoleum.

Numero 160 di Scrittura. Rivista di problemi grafologici

È uscito il nuovo numero di Scrittura il cui indice trovate qui.

Vi segnalo tra gli altri il mio articolo «Altri “segni di insincerità” in perizia grafica».

Il segno Spavalda: da Jack the Ripper al sottoscritto

In questo articolo tratteremo del segno grafologico Spavalda.

Il segno è sia di facile rilevazione che di facile quantificazione e quindi si presta bene a un’introduzione destinata anche ai non addetti ai lavori.

Per Moretti «Spavalda è quella scrittura che appare sfrontatamente invadente nelle lettere e nelle parole. Ne consegue che deve essere di calibro sopra il medio, non staccata. Tende ad avere le aste indietro. Dà l’aspetto di uno che si fa largo sopra la folla a forza di gomitate e di grida. È indice di megalomania, di sfrontatezza e spavalderia nella sostanza delle cose» (Moretti 2002, Trattato di grafologia. Intelligenza-Sentimento, Padova, Messaggero, pp. 371).

Come di consueto il linguaggio di Moretti, ancorché molto “impressionistico”, risulta tuttavia un po’ fumoso e di non facile decifrazione. Per capirci qualcosa di più sarà quindi opportuno volgere la nostra attenzione al Dizionario grafologico morettiano di Nazzareno Palaferri, l’allievo e studioso che si è assunto il non facile compito di sistematizzare la grafologia del maestro.

Per Palaferri il segno Spavalda consta di tre elementi:

«1. Esagerata estensione verticale e orizzontale delle lettere specialmente maiuscole.

2. Calibro grande.

3. Attaccata con facile presenza di Aste concave a sinistra.» (Palaferri n. 2001, Dizionario grafologico morettiano, Urbino, Libreria G. Moretti, p. 259).

Come si evince dal criterio di misurazione, di cui diremo a breve, l’elemento caratterizzante il segno è il primo.

Abbiamo infatti Spavalda quando le lettere maiuscole sono esageratamente alte rispetto alle minuscole contigue: «Se le lettere ‘spavalde’ sono 5-6 volte più grandi di quelle della zona media, si hanno 10/10 di Spavalda, se 4 volte si hanno 8/10, se 3 volte 5/10» (Palaferri 2001, Dizionario grafologico morettiano, Urbino, Libreria G. Moretti, p. 259).

A conti fatti quindi il criterio di rilevazione, opportunamente semplificato, è semplicissimo. Si prendono le maiuscole di una scrittura, ne si misura l’altezza, e la si mette a confronto con quella delle minuscole minori (ovvero di quelle che non si estendono nella zona inferiore e superiore). Se il rapporto tra l’altezza delle maiuscole e quello delle minuscole è uguale o superiore a 3 ha luogo il segno Spavalda.

Prendiamo la presunta scrittura di Jack lo squartatore di cui abbiamo trattato per esteso nel precedente articolo, e in particolare le prime tre righe in cui si legge From Hell, Mr. Lusk e Sor.

In queste prime tre righe sono evidenti delle “spavalderie”, che caratteristicamente vengono meno nel prosieguo della missiva.

La prima domanda che dobbiamo farci è: perché si inizia a scrivere in modo “spavaldo” e poi non si mantiene il medesimo atteggiamento anche nel resto dello scritto?

La spavalderia è una forma di sbruffonaggine. È intrinseco alla sbruffonaggine il suo essere contingente: la millanteria non dura nel tempo ma si accende e si spegne come un fuoco di paglia.

Ovviamente ci sono degli sbruffoni che sono tali per la maggior parte del tempo (e Dio ce ne scampi e liberi) ma la maggior parte dei gradassi esaurisce la propria tracotanza nel giro di qualche (infelice) battuta.

La spavalderia è l’ostentazione di una superiorità inesistente. A mano a mano che lo sbruffone si cala nella realtà o nell’ambiente (ambiente grafico o reale, poco importa) la tendenza a millantare di norma viene meno. È l’ambiente stesso che riconduce l’insolente a più miti consigli o è lo sfacciato che, da par suo, si rende conto della mancanza di fondamento della sua baldanza.

Essere spavaldi (sia nella vita che con la penna in mano) costa impegno e l’impegno richiede sforzo. È quindi normale che il presunto Jack sia spavaldo nelle prime righe ma non nel finale. Perché è quello che facciamo tutti.

Si va a un colloquio di lavoro e per dimostrarsi padroni della situazione (in una situazione che non si padroneggia affatto) si ostenta sfrontatezza e «sintomatico mistero», salvo poi uscirne con le ossa rotte e la proverbiale coda tra le gambe.

Nel caso di Jack già il calibro di base (l’altezza delle lettere della zona media, ovvero delle minuscole minori) è consistente. Ne consegue che le spavalderie non possono essere accentuate più di tanto.

Il calibro di base indica infatti, tra le altre cose, il proprio «sentimento dell’Io», ovvero, in termini più prosaici, la propria autostima, la propria sensazione di valore e di valere o, per dirla alla romana, «quanto te la senti calda».

Nel caso in cui l’autostima sia già ipertrofica, come in questo caso, c’è ben poco da «spavaldeggiare». Detto altrimenti, se sei già un pallone gonfiato cosa vuoi gonfiarti ulteriormente?

Ben più interessante è il caso di una Spavalderia che si avveri in un calibro piccolo (altezza delle lettere della zona media inferiore ai 2 mm). Qui c’è la sensazione di valere poco (il famigerato “complesso di inferiorità”) e il desiderio di ostentare una sicumera che non sussiste. È il ben noto meccanismo di difesa che si può definire «anche le pulci hanno la tosse».

Ma la spavalderia può avere anche altre cause, tra le quali mi piace citare la stanchezza. Quella che segue è una mia firma, o meglio, una delle mie firme (dal momento che ogni firma è diversa da tutte le altre).

Potete notare che la maiuscole sono esagerate rispetto alle minuscole. Cosa è successo? Sono diventato uno smargiasso anch’io?

Fermo restando che nulla può essere escluso quel che segue è un racconto più o meno esaustivo di quel che è successo.

Dovevo compilare un modulo per la partecipazione ad un convegno ed ero molto stanco. Ero consapevole, a qualche livello di consapevolezza, che il calibro che ne sarebbe venuto fuori non sarebbe stato “all’altezza”.

Scrivo “a qualche livello di consapevolezza” perché non ero pienamente cosciente di un ragionamento del genere, né penso che simili pensieri capitino solo nella mente degli studiosi di grafologia.

“A qualche livello di consapevolezza” siamo tutti consci dell’ovvietà che una scrittura grande manifesti potenza e una scrittura piccola esprima l’opposto.

Se dovete firmare un contratto importante, che sancisce che avete ricevuto un aumento di stipendio o una promozione, è probabile che scriviate più grande del solito. Se dovete firmare la vostra condanna a morte, al contrario, è probabile che anche il vostro calibro ne risenta.

A quel punto devo essermi detto qualcosa come: «Fai uno sforzo! So che l’ultima cosa che vorresti adesso è metterti a scrivere o compilare questo modulo, ma lo devi fare ora! Sii uomo!».

L’esito di questo bel discorsetto è visibile nelle F e nelle R. Ho ostentato uno stato psicofisico tonico e arrembante che in quel momento non mi apparteneva. E l’ho ostentato sia davanti a me stesso sia davanti al destinatario della mia comunicazione.

Ma ogni reazione implica una reazione e subito dopo ho pagato dazio. Non solo le F e le R sono più grandi del solito ma le lettere successive sono più piccole di quanto altrimenti non sarebbero.

In altri termini, ho concentrato tutte le mie energie sull’apparenza (le lettere maiuscole sono quelle che maggiormente attraggono l’attenzione) e ho dovuto glissare pietosamente su tutto il resto (le micragnose minuscole che tradiscono il mio stato di affaticamento). E tutto questo senza nemmeno rendermente conto.

Ogni «forzatura», sia nella vita che nella scrittura, si paga presto o tardi con una compensazione di segno opposto (Bravo 1998, Variazioni naturali e artificiose della grafia, Urbino, Libreria G. Moretti). D’altronde, e non a caso, l’astinenza dagli stimolanti porta a sedazione e l’astinenza dai sedativi all’ipervigilanza.

Se c’è una morale che possiamo tratte da queste considerazioni è la seguente: se siete stanchi o avviliti non bluffate. Poggiate la penna, smettete di ostentare quel che non siete, e andatevene a letto.

Jack lo squartatore. Il contributo della grafologia peritale e di personalità

(da Scrittura. Rivista di problemi grafologici. 157)

Abstract

La grafologa statunitense Michelle Dresbold ha avanzato un’ipotesi su base grafologica sull’identità di Jack lo Squartatore, l’assassino seriale che ha terrorizzato Londra nel 1888. L’articolo analizza criticamente il contributo di Dresbold avanzando dubbi sulle sue conclusioni e argomentazioni.

1. Introduzione

Nel recente Sex, Lies and Handwriting la grafologa statunitense Michelle Dresbold propone un’ipotesi su base grafologica sull’identità del famigerato Jack The Ripper, l’assassino che ha terrorizzato la Londra vittoriana alla fine del XIX secolo (Dresbold, 2006, pp. 220-254).

Scopo di quest’articolo è di presentare una lettura critica di questo interessante contributo. Utilizzeremo la disamina delle tesi di Dresbold come pretesto per proporre alcune considerazioni in merito, alla luce del metodo grafologico morettiano e delle sue implicazioni, sia in chiave di grafologia di personalità che di grafologia peritale.

I fatti sono o più o meno noti ma varrà qui la pena riassumerli brevemente.

Alla fine del 1888 furono assassinate brutalmente cinque prostitute nel quartiere Whitechapel di Londra. Questi omicidi, dato il particolare modus operandi, furono attribuiti a un’unica mano, quella di un fantomatico “Jack lo squartatore”. L’identità dell’assassino non fu mai accertata anche se sono state proposte nel corso degli anni numerose ipotesi, nessuna delle quali tuttavia ha raggiunto un consenso sufficientemente ampio tra gli studiosi.

L’interesse grafologico della vicenda risiede nel fatto che nel periodo delle indagini sono pervenute alla polizia di Londra più di settecento lettere da parte di individui che sostenevano di essere Jack The Ripper. La maggior parte di queste lettere sono, con ogni probabilità, apocrife ma tre di esse in particolare si sono imposte all’attenzione degli studiosi.

Fig. 1. Lettera Dear Boss.

La prima lettera (fig. 1), detta Dear Boss dal suo incipit, è datata 25 settembre 1888 ed è stata inviata alla Central News Agency di Londra. La lettera venne inizialmente ritenuta un falso ma la sua autenticità venne rimessa in discussione quando, il 30 settembre, venne scoperto il cadavere di Catherine Eddowes con un orecchio lacerato. La lettera conteneva infatti il seguente passaggio: «Al prossimo lavoro strapperò le orecchie della signora e le manderò alla polizia, giusto per scherzo, già» (The next job I do I shall clip the ladys ears off and send to the police officers just for jolly wouldn’t yo). La lettera conteneva inoltre numerosi errori di ortografia e punteggiatura.

La seconda missiva (fig. 2) è una cartolina firmata Saucy Jack. Il testo anche in questo caso presenta un riferimento inquietante: «Domani doppio evento questa volta numero uno ha strillato un po’ non ho potuto finire per bene. Non ho avuto il tempo di strappare le orecchie per la polizia» (tomorrow double event this time number one squealed a bit couldn’t finish straight off. Had not got time to get ears off for police).

Il riferimento è al doppio omicidio di Elizabeth Stride e Catherine Eddowes, uccise nella stessa notte. La frase «non ho potuto finire per bene» si riferisce al fatto che l’omicida non aveva potuto mutilare il corpo di Elizabeth Stride, come era solito fare, perché era sopraggiunto sul posto un cocchiere. L’assassino si vedrà così costretto a cambiare programma e a eseguire i suoi macabri rituali sul corpo di Catherine Eddowes, uccisa di lì a poco.

Fig. 2. Cartolina Saucy Jack.

Dal punto di vista grafologico questa cartolina non presenta particolare interesse in quanto viene universalmente attribuita allo scrivente della lettera Dear Boss. Di qui in poi pertanto non ce ne occuperemo e ci riferiremo per semplicità esclusivamente alla lettera.

C’è infine una terza lettera (fig. 3) attribuita a Jack The Ripper che inizia con le parole From Hell.

È stata imbucata il 15 ottobre 1888 e indirizzata al capo della Commissione di vigilanza di Whitechapel, George Lusk. La lettera era accompagnata da una scatola che conteneva parte di un rene, presumibilmente umano. Alla quarta vittima dello squartatore, Catherine Eddowes, era stato, in effetti, asportato un rene.

Nella lettera si legge tra l’altro: «Vi mando metà del rene che ho preso da una donna l’ho conservato per voi l’altro pezzo l’ho fritto e l’ho mangiato era molto buono» (I send you half the Kidne I took from one women prasarved it for you tother piece I fried and ate it was very nise). Anche in questo caso si riscontrano errori di ortografia e l’assenza di punteggiatura.

Fig. 3. Lettera From Hell.

Prima di entrare nello specifico grafologico delle rispettive lettere dobbiamo dire qualcosa sulle macabre modalità di mutilazione a cui Jack lo squartatore sottoponeva le sue vittime. Senza entrare eccessivamente nei dettagli, alquanto cruenti, le costanti sembrano essere: profondi tagli alla gola fin quasi alla decapitazione, ferite ai genitali interni ed esterni o loro asportazione, rimozione degli intestini che vengono adagiati sul corpo della vittima o negli immediati paraggi. In qualche caso, come negli ultimi due, Jack lo squartatore si accanisce anche sul volto della vittima, sfigurandolo.

Dobbiamo infine aggiungere che, per quanto le vittime accertate siano “solo” cinque, vi sono almeno altri sei omicidi, avvenuti nello stesso periodo, per cui è stata chiamata in causa l’eventuale paternità di Jack lo squartatore.

2. L’analisi di personalità dell’autore della lettera From Hell secondo Michelle Dresbold

Delle tre lettere attribuite a Jack lo squartatore, Michelle Dresbold considera come degna di un ulteriore esame soltanto la terza, la lettera From Hell.

La sua motivazione è in primo luogo grafologica. Ella sostiene – e su questo possiamo senz’altro convenire – che la lettera From Hell sia stata scritta da una mano diversa rispetto a quella che ha vergato la lettera Dear Boss: «Chi ha scritto la lettera Dear Boss aveva una scrittura netta, organizzata e fluida [flowing]. È la scrittura di una persona razionale, istruita, le cui azioni sono ben ponderate e pianificate. I suoi puntini delle i sono ben delineati e collocati sempre con esattezza e precisione sull’asta. L’esattezza nel collocamento dei puntini delle i mostra che lo scrivente era preciso, meticoloso e orientato ai dettagli» (Dresbold 2006, p. 226).

Dal punto di vista della grafologia morettiana non possiamo che convenire con Dresbold. Abbiamo infatti una scrittura Accurata Studio, e quindi ai limiti della grafologabilità (non ci sono o quasi gesti spontanei), con un notevole Largo tra parole. La pressione è netta e pulita e la scrittura è omogenea in tutte le dimensioni rilevanti (larghezza tra lettere, tra parole, inclinazione assiale, calibro, orientamento del rigo). Il complesso ci parla quindi di una persona molto controllata e affatto impulsiva. Ne consegue che «le caratteristiche evidenti nella scrittura della lettera Dear Boss sono l’opposto di ciò che ci aspetterebbe dalla scrittura di un serial killer disorganizzato» (Dresbold 2006, p. 226).

Con l’espressione «serial killer disorganizzato» Michelle Dresbold fa riferimento ad una classificazione dell’FBI che distingue i serial killer in due principali tipologie.

I serial killer organizzati sono «lucidi, spesso molto intelligenti, metodici nella pianificazione dei crimini. Mantengono un alto livello di controllo sull’andamento del delitto; non raramente hanno conoscenze specifiche sui metodi della polizia, che applicano allo scopo di occultare scientificamente le prove. Seguono con attenzione l’andamento delle indagini attraverso i mass media e concepiscono i loro omicidi come progetti di alto livello. Spesso questo tipo di killer ha una vita sociale ordinaria, amici, amanti, o addirittura una famiglia».

I serial killer disorganizzati, al contrario, «agiscono impulsivamente, spesso uccidendo quando se ne verifica l’occasione, senza una reale pianificazione. Spesso hanno un basso livello culturale e un quoziente d’intelligenza non eccelso; non sono metodici, non occultano le tracce (sebbene siano talvolta in grado di sfuggire alle indagini per qualche tempo, principalmente spostandosi velocemente e grazie alla natura intrinsecamente “disordinata” del loro comportamento su lunghi archi di tempo). Questo genere di killer in genere ha una vita sociale e affettiva estremamente carente e a volte qualche forma di disturbo mentale» (cfr. Centini, 2001; Picozzi-Lucarelli, 2004).

La scena del delitto dei crimini di Jack lo Squartatore, rimanda, del tutto ovviamente, a un serial killer disorganizzato, mentre la scrittura della lettera Dear Boss, e della cartolina Suicy Jack, non appare compatibile con questo profilo.

Dresbold giunge quindi a una duplice conclusione: la non identità di mano tra la lettera Dear Boss e la lettera From Hell e la non compatibilità della lettera Dear Boss con il profilo di un serial killer disorganizzato.

Relativamente al primo punto Dresbold porta il seguente argomento: «Se confrontate la lettera Dear Boss con quella From Hell vedrete differenze significative nella struttura delle frasi, nella leggibilità, nel livello di sofisticazione, e nel modo in cui sono formate le singole lettere. C’è inoltre un’enorme differenza nella quantità di spazio che i due scriventi lasciano tra le parole» (Dresbold 2006, p. 225).

Pur non disponendo degli originali e non potendo effettuare una vera e propria perizia le conclusioni della Dresbold sembrano plausibili. Come sarà evidente quando analizzeremo meglio la scrittura della lettera From Hell, le diversità tra i due scritti sono talmente evidenti e così rilevanti da rendere del tutto improbabile l’identità di mano.

Anche la seconda conclusione, la non compatibilità tra il profilo di un serial killer disorganizzato e la lettera Dear Boss, appare piuttosto evidente, anche se qui ci spostiamo su un terreno più insidioso, muovendo da considerazioni di ordine peritale, per poi passare a considerazioni che chiamano in causa la grafologia di personalità.

È importante sottolineare questa distinzione nella misura in cui Michelle Dresbold, come vedremo, tende a confondere i due ordini di argomenti, sovrapponendo indebitamente considerazioni di ordine grafologico a considerazioni di ordine peritale e utilizzando argomentazioni che chiamano in causa la grafologia di personalità per identificare l’autore della lettera From Hell.

Questa procedura è metodologicamente dubbia in quanto l’individuazione dell’autore della lettera richiederebbe, al contrario, un confronto tra lo scritto in esame e scritti di certa attribuzione del “sospetto”.

Fatta salva questa premessa possiamo passare all’analisi grafologica che Michelle Dresbold effettua sullo scrivente della lettera From Hell. Sarà a questo proposito necessario premettere un’ulteriore considerazione.

Nella grafologia statunitense sono presenti due tipi di approcci, che Sheila Lowe chiama rispettivamente atomistico e gestaltico (Lowe 2007). Il metodo atomistico, che ha la sua origine nella grafologia dei piccoli segni del Michon, muove dell’analisi del particolare (e spesso lì si esaurisce), mentre il metodo gestaltico, che in Europa nasce con la grafologia tedesca, prende le mosse della considerazione della scrittura come un tutto, in cui il totale è maggiore della mera somma delle parti.

Tra questi due approcci Dresbold predilige decisamente il primo. Non è quindi infrequente che nella sua analisi si dia un valore generale a segni molto particolari. Poiché la grafologia morettiana è indubbiamente, da questo punto di vista, molto più vicina al metodo gestaltico è probabile che il lettore trovi le inferenze di Dresbold alquanto opinabili.

Veniamo quindi al secondo punto. Si può affermare che quanto più un’inferenza si mantiene al livello del senso comune tanto più – almeno in assenza di altri criteri di verifica – può ritenersi plausibile. Se affermiamo, ad esempio, che una persona che scrive velocemente pensa e decide altrettanto velocemente, il grado di inferenza utilizzato è minimo poiché la conclusione richiede, a partire della premessa, un solo passaggio logico.

Viceversa se affermiamo, come fa Dresbold, che chi produce dei movimenti a croce nella propria scrittura è ossessionato dalla morte, stiamo affermando qualcosa che, sul piano della verifica, è molto più impegnativo. In questo caso – a maggior ragione che nel primo – sarebbe opportuno dimostrare che questo segno è presente in misura maggiore e statisticamente significativa nei suicidi rispetto a coloro che sono morti per cause naturali.

Fatte salve queste premesse, credo che sia comunque utile e interessante per il lettore italiano venire a conoscenza dei significati dei “piccoli segni” della grafologia statunitense per poterli confrontare, verificare e eventualmente integrare nella propria pratica grafologica.

Vediamo ora quali sono i segni nella scrittura in esame che hanno attratto l’attenzione di Dresbold, segni che chiama “campanelli d’allarme”.

Fig. 4. Lettere a ovale angolose.

1. Lettere a ovale angolose: «… quando uno scrivente è sovraeccitato, aggressivo, ostile, o arrabbiato, i suoi muscoli diventano rigidi e tesi. Questo rende difficile formare delle curve e la scrittura appare rigida e angolosa. [...] quando lettere che normalmente sono curve e rotonde diventano angolose ciò che indica che lo scrivente è poco empatico e crudele» (Dresbold 2006, p. 227).

Porta come esempio la lettera o della parola From e la mette a confronto con la scrittura di Heinrich Himmler, capo della SS e della Gestapo (v. fig. 4).

Come il lettore avrà notato siamo nell’ambito del segno Acuta di Moretti e questo punto, pertanto, non suscita particolari perplessità. Incidentalmente si può notare come nelle ventidue scritture di gerarchi nazisti riportate ne Il carattere distruttivo (Maninchedda 1985) il segno Acuta è chiaramente presente in ben diciassette casi (più del 70%)[1].

Figura 5. Segni di spunta.

2. «La F in From inizia con un tratto simile a un segno di spunta. I tratti che assomigliano a segni di spunta [...] sono indice di ostilità, irritabilità e frustrazione. Gli scriventi che utilizzano questi segni possono perdere facilmente le staffe da un momento all’altro. Maggiore è la pressione sul segno di spunta, maggiore è la probabilità che lo scrivente esca fuori dai gangheri» (Dresbold 2006, p. 228).

Qui abbiamo un segno che nella grafologia morettiana rientrerebbe comunque nel concetto di Angoli A, per quanto in una posizione inusuale (non al vertice inferiore di una lettera a ovale). La reattività di Angoli A tende a essere maggiore in presenza di Intozzata I, qui chiaramente presente in alto grado. Anche in questo caso, quindi, la conclusione di Dresbold è del tutto accettabile alla luce della grafologia morettiana.

Dresbold porta come esempio, oltre alla parola from tratta dalla lettere From Hell, la scrittura di John Wilkes Booth, assassino del presidente Lincoln e del serial killer Dennin Nilsen (v. fig. 5).

Figura 6.Asole angolose nella zona inferiore.

3. «La zona inferiore delle asole inferiori delle lettere f, g, j, p, q e y è in relazione con le fantasie, gli impulsi e i desideri sessuali dello scrivente. Quando riscontrate asole angolari nella zona inferiore di uno scrivente, è un segno che questi cova una rabbia profondamente radicata che si esprimerà probabilmente in violenza o aggressione a sfondo sessuale» (Dresbold 2006, p. 228). Gli esempi portati riguardano la y in only e bloody nella lettera Dear Boss (v. fig. 6).

L’interpretazione di «rabbia profondamente radicata» che riguarda prevalentemente la sfera sessuale è del tutto ragionevole se si accetta il simbolismo pulveriano e il significato dell’angolosità in Moretti (cfr. Vels 1981, pp. 308-315). Quanto all’espressione di questa rabbia in un comportamento manifesto di «violenza o aggressione a sfondo sessuale» l’interpretazione di Dresbold appare piuttosto azzardata, almeno per due ordini di ragioni. In primo luogo sembrare passare indebitamente dal piano delle tendenze a quello dei comportamenti e in secondo luogo non sembra tener conto del contesto generale in cui il segno si manifesta. È vero che nel caso specifico è senz’altro possibile l’acting out di fantasie di ordine sadico-sessuale perché il contesto generale parla di labilità, impulsività e mancanza di freni inibitori, uniti a una forte istintualità. Ma non sembra che dalla semplice presenza di asole inferiori angolose si possa sempre dedurre che la rabbia repressa «si esprimerà probabilmente in violenza o aggressione a sfondo sessuale». In contesti caratterizzati da alti gradi del segno Accurata, elevata Stretto tra lettere, elevato Largo tra parole, ed altri segni indicanti autocontrollo il soggetto potrebbe limitarsi a esprimere questa rabbia esclusivamente a livello fantastico.

Figura 7. Ovali riempiti di inchiostro.

4. Lettere o ovale riempite di inchiostro. «Le lettere a ovale riempite di inchiostro (a, o ed e) indicano uno scrivente con pensieri compulsivi e morbosi – uno scrivente che non è in grado di controllare i propri impulsi libidici. Si notino le o inchiostrate nella parola bloody» (Dresbold 2006, p. 229). Oltre alla scrittura del presunto Jack lo squartatore Dresbold porta come esempi anche le scritture dell’omicida Kennet Kimes e del serial killer Davide Berkowitz (v. fig. 7).

In grafologia morettiana il riempimento degli ovali è uno dei costituenti del segno Artritica: «impastoiamenti all’interno delle lettere, specialmente della o, a e derivate» (Palaferri 2001, p. 60). Si può attribuire alla scrittura in esame almeno un grado medio di Artritica per la concomitante presenza di «tumefazioni (ingrossamenti) nei tratti in linea retta» (Palaferri 2001, p. 60).

Il significato principale del segno è quello di «tendenza a fissazioni» ma anche di «squilibrio e ossessione di istinti specie dell’istinto di conservazione e di quello sessuale» (Palaferri 2001, p. 61). Nella grafologia francese è presente il segno Fangosa: «Una scrittura è detta fangosa quando in un tracciato spesso le lettere ad anello sono come impastate» (Crépieux-Jamin 2001, p. 142). Crépieux-Jamin lo considera un segno di grossolanità, golosità, sensualità e disordine. Dal punto di vista organico, per l’autore francese, potrebbe essere causata da ipertensione arteriosa e da una non meglio specificata “congestione” (Crépieux-Jamin 2001, pp. 142-144).

Vels parla della scrittura Fangosa a proposito del trazado cego o congestionado. La definizione è analoga a quella di Crépieux: «Gli ovali delle lettere, gli occhielli e, a volte, alcune lettere della zona media, sono riempiti di inchiostro» (Vels 1981, p. 132). Rispetto a Crépieux ne evidenzia in maggior misura le cause organiche tra cui cita: stati congestivi di varia natura, nevrastenia, depressione, esaurimento, senescenza, intossicazioni, arteriosclerosi, alcolismo.

Anche in Pulver si parla di scrittura Fangosa che si verifica «quando le curve grafiche si riempiono di sgorbi e di macchie» (Pulver 1983, p. 198). Oltre alle cause di ordine organico – e in particolare i disturbi circolatori – il segno può essere indice di isteria in scritture molto disomogenee e di psicosi. In particolare le psicosi, in certi stadi, «comportano abitualmente un aumento della sessualità» (Pulver 1983, p. 198).

In sintesi, almeno alla luce della grafologia morettiana ed europea in genere, il significato attribuito da Dresbold sembra perfettamente accettabile.

Si deve quindi concludere, pur con tutte le cautele del caso, che non è esclusa la presenza non solo di disturbi mentali (che sarebbe confermata dall’Intozzata II modo in alto grado) ma anche di disturbi organici.

5. Strutture a forma di arma. «Spesso l’arma preferita da un omicida può essere rappresentata nella sua scrittura. Si noti come: 1) La parte terminale sinistra della F in From e della S in Sir assomiglino a delle lame ricurve o a della sciabole, e che 2) l’asola inferiore della lettera f in half e della lettera y nelle parole only e bloody assomiglino a pugnali affilati o a bisturi. Si ritiene che, per uccidere le sue vittime, l’assassino di Whitechapel abbia utilizzato due tipi di coltelli, uno a forma di pugnale e l’altro a forma di sciabola» (Dresbold 2006, p. 229).

Fig. 8
Fig. 8. Strutture letterali a forma di arma.

Si può notare (v. fig. 8) come le somiglianze riportate siano in effetti suggestive ma che, al tempo stesso, il rischio di un’interpretazione soggettiva e “a posteriori”, in casi del genere, sia piuttosto elevata. Andare in cerca di strutture a grafiche a forma di arma in scritture che denotano tendenza all’aggressività può finire per evidenziare un “effetto Rorschach” in cui ciascuno vede – come nelle nuvole o nelle macchie d’inchiostro – le forme che desidera vedere. In altri termini, non c’è alcun modo di controllare affermazioni del genere mentre d’altro canto sapere che Jack lo squartatore uccideva con un coltello a forma di pugnale e un altro a forma di sciabola aumenta la probabilità di “vedere” le forme in questione.

Fig. 9. Zona inferiore esagerata.

6. Zona inferiore esagerata: «Una zona inferiore esagerata o allungata indica che lo scrivente ha desideri e fantasie sessuali irrefrenabili. Più le asole sono lunghe o esagerate, più lo scrivente ha la compulsione a violare i tabù sessuali» (Dresbold 2006, pp. 230-231). Il segno, oltre che nella scrittura del presunto Jack lo squartatore, è chiaramente presente anche nella scrittura del serial killer Ted Bundy (v. fig. 9).

Nella grafologia morettiana il segno corrispondente, quanto a significato, è Ampollosa nella zona inferiore che per Palaferri è indice di «erotomania» (Palaferri 2001, p. 45). In Marchesan si ha la scrittura Radicata (Massei 2008, p. 117) e in Crépieux la scrittura Prolungata in basso (Crépieux-Jamin 2001, p. 422). Poiché è il significato è del tutto analogo a quello attribuito da Dresbold non ci soffermeremo ulteriormente su queste interpretazioni.

Fig. 10. Lettere ambigue.

7. Lettere ambigue. «Quando si riscontrano molte lettere ambigue o “ingannevoli” si ha a che fare con la scrittura di un bugiardo o di un “artista della truffa”. Lusk si può leggere Susr. Sir potrebbe essere Sor ma anche Fur, Sur o For» (Dresbold 2006, pp. 230-231). Si veda a questo proposito la fig. 10.

Si noti come questo segno, già presente in Pulver, vada al di là del morettiano Oscura. Non si tratta solo di lettere non comprensibili se avulse dal contesto ma di lettere che sembrano altre lettere. Aggiungo che la parola Signed (vedi fig. 11) si può leggere come Liquid (e infatti così l’avevo letta, erroneamente, in un primo momento).

Altri significati attribuite da Dresbold alla scrittura del presunto Jack lo Squartatore sono l’ansia, l’incompetenza sessuale e la mania, intesa come fase di eccitazione del disturbo bipolare dell’umore.

In particolare l’ansia viene desunta dall’«occhiello non necessario presente nella lettera n della parola signed» (Dresbold 2006, p. 231). Si veda a questo proposito la fig. 11.

Fig. 11. Worry loop.

Dresbold lo chiama worry loop ovvero «occhiello della preoccupazione» e mostrerebbe come lo scrivente fosse «ansioso e preoccupato» (Dresbold 2006, p. 231).

Dal punto di vista della grafologia morettiana che lo scrivente fosse ansioso e preoccupato possiamo inferirlo dai repentini restringimenti della larghezza tra lettere (Lettere addossate, per quanto in Calibro alto), dalle m ed n ad arcata, dalla rilevante variabilità del Calibro ma soprattutto dall’elevato grado di Intozzata II modo.

Non parlerei tuttavia tanto di un’ansia di stato ma – al limite – di un’ansia di tratto. In altri termini, lo scrivente più che essere preoccupato al momento della stesura della lettera, come lascerebbe intendere Dresbold, sarebbe stato in genere una persona molto eccitabile con difficoltà a controllare la propria eccitazione.

È interessante notare come Pulver dia a questo segno un’interpretazione diversa. A proposito dell’«arcata con alla base un piccolo anello» parla infatti di «tracciato dell’ipocrita» (Pulver 1981). Il significato di ipocrisia è congruo con il contesto e con le altre interpretazioni fornite da Dresbold. Si noti che l’anello alla base dell’arcata rientrerebbe dal punto di vista morettiano in una modalità di Flessuosa e Convolvoli, con un significato quindi del tutto sovrapponibile a quello di Pulver. Ovviamente la scrittura, nel complesso, è tutt’altro che Flessuosa ma presenta alcuni gesti ammanierati e «con pieghe sciolte e aggraziate» specie nelle maiuscole (L di Lusk, S di Sir). L’indicazione di ipocrisia risulterebbe confermata. In particolare si può presumere l’ostentazione di cortesia eccessiva e ipocrita specie nella fasi iniziali di approccio, prima che lo scrivente perda il controllo. Non siamo ovviamente nel contesto di savoir faire di Angoli C ma di tentativi (mal riusciti) di comportamenti ipocriti in un soggetto altrimenti aggressivo, irritabile e irascibile.

Fig. 12. Interruzioni del tracciato nelle asole inferiori.

Dresbold desume l’incompetenza sessuale dalle interruzioni nel tracciato nelle asole inferiori (si veda la fig. 12). L’interpretazione indicherebbe «una persona che ha subito un qualche tipo di trauma, fisico o emotivo in relazione agli organi sessuali, alla sfera sessuale o alla parte inferiore del corpo. [...] Questa interruzione indica che lo scrivente della lettera From Hell era sessualmente incompetente o impotente» (Dresbold 2001, p. 231).

La deduzione è alquanto azzardata e dal punto di vista morettiano non trova conferme (né peraltro disconferme). Qualche conferma in tal senso si trova in Vels (1981, pp. 313-314).

Tuttavia la conclusione così perentoria di Dresbold («era sessualmente incompetente o impotente») solleva più di una perplessità, anche poiché stiamo parlando di un segno il cui significato non è facilmente verificabile. Con un po’ di buona volontà vi si potrebbe vedere una modalità di Stentata («i tratti presentano interruzioni di circa 1 mm», Palaferri 2001, p. 271) che verificandosi nella zona inferiore potrebbe indicare, secondo il simbolismo pulveriano, una «frustrazione di tendenze» nella sfera istintuale e sessuale.

Come si è visto Dresbold, attribuisce allo scrivente anche la presenza di uno stato maniacale: «Gli scriventi in fase maniacale avranno una scrittura che viaggia verso l’alto. Le righe presente nella lettera From Hell ascendono progressivamente via via che la lettera prosegue. La scrittura ascendente mostra che lo scrivente era in fase di eccitazione maniacale laddove le asole inferiori esagerate mostrano la componente erotica della sua mania» (Dresbold 2001, p. 232).

Precisiamo che, in linea di massima, il solo andamento ascendente delle righe non è sufficiente per attribuire allo scrivente uno stato di mania. In questo caso, tuttavia, possiamo accettare l’attribuzione di Dresbold per la concomitante presenza di altri segni d’assalto quali: Intozzata I in alto grado, Spavalda, Artritica, Confusa, Angoli A, Acuta, Calibro alto, Alta allungata, e anche Stretto tra parole e Intozzata II. Lo stato di eccitazione dello scrivente è confermato anche da alcuni cenni del segno Legata (ad es. tra to e their).

Dresbold conclude: «La scrittura della lettera From Hell è perfettamente compatibile con la scrittura di un individuo pericoloso, mentalmente e sessualmente disturbato – un individuo arrabbiato e violento in modo esplosivo, e le cui armi d’elezione sono il coltello o il pugnale. Non è la scrittura di un burlone. È la scrittura di un uomo che si adatta perfettamente al profilo di Jack lo Squartatore» (Dresbold 2001, p. 232).

Armi preferite a parte, su cui preferiamo non pronunciarci, la conclusione appare sostanzialmente accettabile. Si deve tuttavia notare come, da un punto di vista strettamente logico, l’eventualità che il profilo psicologico di qualcuno si adatti a quello di Jack lo squartatore non è una prova, e nemmeno un indizio, del fatto che questa persona sia in effetti Jack lo squartatore. Per dirla altrimenti, Roberto Baggio è un ex calciatore brizzolato sulla quarantina, ma non tutti gli ex calciatori brizzolati sulla quarantina sono Roberto Baggio.

Altre inferenze di ordine grafologico vengono ricavate dal pronome personale di prima persona, che in inglese è rappresentato dalla I maiuscola. A differenza dell’italiano in cui si può lasciare implicito il pronome (ad es. “scrivo” per sottintendere “Io scrivo”), in inglese l’uso del pronome è sempre obbligatorio. Ci sono quindi, in media, molte occasioni in uno scritto per osservare come lo scrivente “si relazioni al proprio Io” (ammesso che si accetti questo genere di interpretazione).

L’interpretazione di Michelle Dresbold è anche in questo caso molto “profonda” – nel senso di “psicologia del profondo” – perché attinge a dinamiche inconsce e quindi, in ultima analisi, non facilmente verificabili.

La I rappresenterebbe non solo l’immagine che lo scrivente ha di se stesso ma anche il modo in cui è stato educato, il rapporto che ha con la madre e il padre e il rapporto che i genitori hanno tra di loro. In particolare, il tratto iniziale, che si trova in altro, sarebbe indice del rapporto con la madre e quello finale, che si trova in basso, del rapporto con il padre (è chiara la matrice pulveriana di questa interpretazione). Il tratto iniziale viene quindi chiamato mother stroke e quello finale father stroke.

Fig. 13. Pronome personale I nella scrittura del presunto Jack lo Squartatore.

Nella scrittura del presunto Jack lo squartatore ci sono due occorrenze del pronome personale di prima persona (v. fig. 13). L’interpretazione di Dresbold è la seguente: «La prima I ha un “tratto materno” corto e angoloso e un “occhiello paterno” rivolto verso il basso. Il tratto materno incompleto mostra che la madre dello scrivente non aveva un ruolo significativo nella sua vita. Il tratto materno forma un segno di spunta, che mostra che lo scrivente prova ancora rabbia nei confronti della madre. La distorsione dell’occhiello paterno mostra che, il rapporto con il padre, per quanto presente, era teso [...] Nella seconda I il tratto materno è diviso in due. Questo è segno che lo scrivente aveva una personalità scissa. L’occhiello paterno termina con un segno di spunta rivolto verso il basso, il che suggerisce che provasse rabbia verso il padre» (Dresbold 2006, pp. 233-234).

Anche in questo caso l’interpretazione è suggestiva ma alquanto ardita e non abbiamo strumenti né per confutarla né per corroborarla.

Dresbold sostiene inoltre che lo scrivente avesse paura dell’abbandono (elevato strettezza tra parole), che apparisse “trascurato, e vestito in modo sporco e insignificante” (scrittura sporca, fangosa e sbavata) e che soffrisse di una malattia cronica (tratti spessi, pressione irregolare, puntini delle i impastati, numerose chiazze d’inchiostro).

Dal calibro alto e «sfrontato» deduce che si vedesse come un «pezzo grosso», e che fosse una «persona socievole, non un recluso» nonostante «fosse molto improbabile che rivalesse agli altri qualcosa del suo vero sé» (Dresbold 2006, p. 234).

Quest’ultima deduzione è coerente con le m ed n ad arcata anche se Dresbold la ricava altrimenti, da quelle che chiama “lettere della comunicazione” (ovvero la a e la o) che nel caso specifico sono «completamente chiuse».

Sull’estroversione dell’autore della lettera From Hell ci sarebbe peraltro molto da dire (e da ridire). È vero che il calibro è indubbiamente alto ma abbiamo anche un rilevante Stretto tra lettere, e la presenza del segno Acuta. C’è quindi anche la possibilità, tutt’altro che remota, che lo scrivente vivesse la sua “socialità” esclusivamente a livello di immaginazione. Ci riesce inoltre difficile pensare che una persona così disturbata possa aver avuto rapporti sociali non conflittuali e sereni. Abbiamo a che fare con un individuo pregiudizialmente ostile, con una visione tendenzialmente paranoica degli altri e del mondo.

La deduzione di Dresbold per cui lo scrivente fosse socievole sembra basarsi esclusivamente sul calibro, ma l’equazione Calibro alto = estroversione è tutt’altro che pacifica. Con un calibro così alto, al contrario, è del tutto improbabile che lo scrivente non avesse difficoltà nei rapporti interpersonali, poiché troppo bisognoso di ammirazione e considerazione.

Abbiamo a che fare, al contrario, con una persona piuttosto rabbiosa (Acuta e Intozzata I) che può avere raptus di aggressività incontrollata (l’insieme dei segni più Intozzata II di alto grado). È difficile immaginare che una persona del genere possa, ad esempio, svolgere una professione che richieda contatti quotidiani e ripetuti con il pubblico.

Fig. 14. Occhielli inferiori tracciati sia a destra che a sinistra dell’asta.

Infine, «lo scrivente tracciava alcuni degli occhielli inferiori sulla parte sinistra dell’asta inferiore, e altri sulla parte destra» (Dresbold 2006, p. 235). Per Dresbold questo è un segno di bisessualità (si veda la fig. 14). L’interpretazione è interessante, e coerente con il simbolismo pulveriano, ma anche in questo caso appare piuttosto avventata.

In sintesi, per Dresbold, l’autore della lettera From Hell:

1. Aveva un accento Cockney o irlandese.
2. Aveva avuto una breve o insignificante relazione con la madre.
3. Aveva un rapporto alquanto teso con il padre.
4. Era estroverso.
5. Provava rabbia sessuale.
6. Era bisessuale.
7. Era violento.
8. Aveva paura dell’abbandono.
9. Era semianalfabeta con un’istruzione appena elementare.
10. Aveva una malattia cronica.
11. Era trascurato e aveva un aspetto sudicio (Dresbold 2006, p. 235).

Le conclusioni 1. e 9. sono desunte da considerazioni extragrafologiche (analisi del contenuto e dei peculiari errori di ortografia commessi dallo scrivente).

Non entreremo ulteriormente nel merito di queste conclusioni ma ci limitiamo a notare come solo alcune di esse trovino riscontro – pur con qualche riserva – nella grafologia morettiana (7, 11), come altre trovino un riscontro solo parziale (5, 7, 8, 10) e come altre non trovino alcun riscontro (2, 3, 6). Con questo non voglio implicare che le conclusioni di Dresbold siano necessariamente “campate in aria” ma solo che non abbiamo gli strumenti per considerarle corroborate, per lo meno se utilizziamo come strumento di verifica il confronto con il metodo grafologico morettiano.

Si noti inoltre come il profilo elaborato da Dresbold non riguardi tratti di personalità di superficie, che riguardano cioè comportamenti manifesti (ad eccezione di 4, 11 e ovviamente 1, 9) ma tratti di personalità profondi che chiamano in causa considerazioni su dinamiche inconsce o comunque non immediatamente evidenti (2, 3, 5, 6, 7, 8).

3. Francis Tumblety è Jack lo squartatore?

Il passo successivo dell’argomentazione di Dresbold è quello di prendere in considerazione i profili psicologici di varie persone sospettate di essere Jack lo squartatore. L’unica profilo che per Dresbold «calza come un guanto», è quello di Francis Tumblety.

Ai tempi dei delitti di Whitechapel Francis Tumblety era stato considerato uno dei principali sospettati anche perché quando lasciò l’Inghilterra di Jack lo Squartatore terminarono.

Senza entrare nello specifico della biografia di Tumblety possiamo darne alcuni cenni. Era un ciarlatano che si spacciava per dottore ed era stato denunciato più volte per atti omosessuali violenti – e quindi apparentemente non consenzienti – con giovani uomini. Si noti come già questo punto sembri contrastare con l’impotenza che Dresbold aveva attribuito all’autore della lettera From Hell (e che peraltro, significativamente, non compare più nella lista degli undici tratti riassuntivi del profilo).

Dresbold dimostra, punto per punto, come il profilo di Tumblety calzi alla perfezione con quello da lei elaborato. Si è già detto di come questo metodo non sia conclusivo e come quindi abbia una validità alquanto relativa. Si è inoltre visto come alcune inferenze tratte da Dresbold siano alquanto audaci e c’è l’eventualità che abbia – più o meno consapevolmente – adattato l’analisi grafologica dell’autore della lettera From Hell a quello che era affettivamente la biografia di Tumblety.

Il piatto forte della pretesa dimostrazione di Dresbold, tuttavia, chiama in causa la grafologia peritale. Dresbold mette in comparazione la lettera From Hell con una lettera di certa attribuzione di Tumblety.

Riassumiamo l’argomento sin qui svolto da Dresbold:

a) Jack lo squartatore era un serial killer disorganizzato.
b) Tra le lettere attribuite a Jack lo squartatore la lettera From Hell è l’unica compatibile con quella di un serial killer disorganizzato.
c) La lettera From Hell è autentica e riconducibile a Jack lo squartatore (per deduzione dalle premesse a e b).
d) Il profilo grafologico di Jack lo squartatore dimostra che aveva alcune peculiari caratteristiche di personalità.
e) Queste stesse caratteristiche appartenevano anche a uno dei sospetti, Francis Tumblety.
f) La scrittura di Francis Tumblety è, dal punto di vista peritale, attribuibile all’autore della lettera From Hell.
g) Francis Tumblety è l’autore della lettera From Hell (per deduzione dalle premesse d, e ed f).
h) Francis Tumblety è Jack lo squartatore (per deduzione da c e g).

Ciascuno di questi passaggi presenta problemi peculiari. Possiamo essere d’accordo con la premesse a) e b) ma già c) presenta non pochi problemi. Non è detto infatti che il vero Jack lo Squartatore avesse realmente scritto alla polizia e che quindi siamo in possesso della sua scrittura. La premessa d) riposa in ultima analisi sulle inferenze grafologiche di Dresbold, alcune delle quali, come si è visto, appaiono piuttosto azzardate. La premessa e) presuppone che il vero Jack lo squartatore si trovasse tra i sospettati, il che non è affatto certo. Infine, la premessa f), come si vedrà è tutt’altro che certa, e anzi, appare come il punto più debole dell’argomentazione. Pertanto le conclusioni g) ed h) sono ben lungi dall’essere state dimostrate.

Relativamente al punto f) non possiamo ovviamente in questa sede proporre una controperizia anche perché non disponiamo degli originali. La pretesa dimostrazione di Dresbold appare tuttavia confutabile.

Dresbold scrive che della scrittura di Tumblety abbiamo due campioni, uno che risale a tredici anni prima rispetto alla lettera From Hell, l’altro a quindici anni dopo.

Per la verità del secondo campione viene riportato solo un piccolo stralcio, che risulta peraltro non molto chiaro e non viene quasi mai utilizzato. A conti fatti abbiamo quindi una sola comparativa, la lettera Dear Caine (v. fig. 15). Nessuno dei due campioni risulta peraltro approssimativamente coevo alla lettera From Hell e questa risulta una mancanza non da poco.

Dresbold non dice inoltre quale dei due campioni riportati sia antecedente e quale successivo alla lettera From Hell. La dimenticanza, come si vedrà, non è insignificante.

Fig. 15. Lettera From Hell.

Per ragioni di semplicità utilizzeremo la lettera F per designare la lettera From Hell e la lettera T per designare la lettera di Tumblety. Le due scritture sono riportate rispettivamente in fig. 15 e 16 e messe a confronto, in formato ridotto, in fig. 17.

Vediamo ora alcuni degli elementi su cui si può sostenere, secondo Dresbold, l’identità di mano. Premetto che, per ovvie ragione di spazio, mi limiterò a prendere in considerazione solo alcuni di questi elementi e che le mie controargomentazioni utilizzeranno considerazioni di ordine sia grafologico che peritale (così come fa Dresbold). Questo metodo sarebbe del tutto inadeguato in una vera controperizia, ma in questo contesto (una rivista di grafologia rivolta a dei grafologi) credo che possa essere appropriato.

1. Mancanza di punteggiatura sia in F che in T. «Scrivendo senza virgole, punti, accenti o esitazioni di qualsiasi tipo lo scrivente sta dicendo: “Prendetemi se ci riuscite, perché io non mi fermerò”» (Dresbold 2006, p. 246).

Si può notare che se da una parte è vero che entrambe le lettere mancano di punteggiatura, e tradiscono una certa eccitazione, la “mancanza di esitazione” non è affatto evidente in F.

Fig. 16. La scrittura di Francis Tumblety.

Laddove in T abbiamo una scrittura piuttosto scorrevole, la cui scorrevolezza è confermata da una pronunciata pendenza a destra e da una larghezza interletterale piuttosto consistente, in F il flusso scrittorio risulta al contrario piuttosto “inceppato” per la presenza di ristagni pressori, brusche contorsioni assiali, repentini cambiamenti di inclinazione, pressione eccessiva che non consente una ritmica alternanza dei chiaroscuri, bruschi restringimenti della larghezze e in particolare della larghezza tra lettere (ci sono addirittura degli addossamenti). In ultima analisi in F ma non in T abbiamo una pressione molto disomogenea.

L’erogazione discontinua dell’energia pressoria a sua volta causa disomogeneità nelle altre dimensioni della scrittura. Per fare un solo esempio si notino in F le aste inferiori della y nella quintultima riga. La prima è molto inclinata verso destra (circa 45°), la seconda è leggermente inclinata, la terza è quasi dritta. Ne consegue che è subentrato un maggiore controllo e una diminuzione nella velocità esecutiva. Al contrario nella scrittura T lo scrivente aumenta l’inclinazione assiale sul finire della riga (si noti nella penultima riga la parola Book).

Fig. 17. Confronto tra la scrittura del presunto Jack lo Squartatore e quella di Francis Tumblety.
Fig. 17. Confronto tra la scrittura del presunto Jack lo Squartatore e quella di Francis Tumblety.

Anche la variabilità interna delle dimensioni rilevanti della scrittura risulta quindi significativamente diversa. La scrittura T è del tutto priva di esitazioni, ma lo stesso non può dirsi della scrittura f dove abbiamo una sovraeccitazione che si esprime tuttavia in modo conflittuale, con alternanza (non metodica) di impulsi e contro-impulsi. Per dirla altrimenti, chi ha scritto F era irritato a differenza di chi ha scritto T, in cui il movimento estroversivo non sembra trovare ostacoli interni di alcun tipo. Poiché F e T sono così poco vicine nel tempo è certamente possibile che qualcosa nelle dinamiche grafomotorie sia nel frattempo cambiato, e che siano subentrate patologie organiche o disturbi di altro tipo (ammesso che la lettera T sia precedente alla lettera F). Ciò non toglie tuttavia che il movimento scrittorio in F e in T appaia significativamente diverso e che questa diversità andrebbe quanto meno spiegata.

Fig. 18. Contronto tra la lettera a del presunto Jack lo Squartatore e quella di Francis Tumblety.

2. «Entrambi gli scritti contengono a minuscole enormi (che sono più grandi delle lettere circostanti). Si metta a confronto, ad esempio, la sproporzionata a nella parola prasarved con la a di Tumblety nella parola Caine. Entrambi gli scritti contengono inoltre delle a di dimensioni molto ridotte (che sono piccole in confronto alle dimensioni delle lettere circostanti). Si metta a confronto la minuscola a della parola and con la piccola a nella parola Dear» (Dresbold 2006, p. 247). Si veda a questo proposito la fig. 18.

Relativamente a questo punto si devono fare almeno alcune considerazioni. La prima considerazione è che, da qui in poi, Dresbold prende in esame degli aspetti alquanto superficiali e formali delle scritture in esame. Non solo si concentra sugli aspetti marginali delle scritture (che come sappiamo sono tutt’altro che conclusivi) ma questi confronti, ben lungi dal servire la tesi che vorrebbe dimostrare, portano alla luce delle differenze che Dresbold non coglie e/o non giustifica.

Nel caso in esame la a in F che Dresbold definisce come “enorme” (huge) ha approssimativamente la stessa altezza delle lettere circostanti. La a in T oltre a non essere affatto “sproporzionata” (out of proportion) si inserisce al contrario in un contesto di spadiformità decrescente, un contesto del tutto diverso da un punto di vista grafologico rispetto a quello di una rilevante variabilità del calibro (che comunque negli esempi riportati non sussiste). Laddove la non omogeneità del calibro porta quasi necessariamente una non omogeneità nella velocità esecutiva, al contrario la spadiformità crescente favorisce la fluidità e la scorrevolezza.

Ancora, nella riproduzione portata ad esempio da Dresbold si coglie chiaramente una differenza molto significativa tra l’autore di F e l’autore di T. Lo scritto F presenta infatti, pur in un contesto di prevalente Ascendente, una forte incertezza nella conduzione del rigo che si manifesta con momenti di Discendente (le prime tre lettere di prasarved), di Ascendente (le lettere successive), e poi ancora Discendente (l’ultima lettera e il tratto terminale della penultima). Siamo quindi all’interno del segno che Moretti chiama Ascendente-Discendente e che considera il principale segno di immoralità. Questo segno è presente in f anche in tutto lo scritto (si veda anche la parola tried della riga successiva) ma è assente in T, che mostra una direzione del rigo molto più coerente per quanto in un contesto di prevalente discendenza.

Non possiamo scendere nell’analisi dettagliata di tutti gli elementi che Dresbold pone a confronto, per ovvie ragione di spazio. Ci limitiamo tuttavia a ribadire che a) si tratta nella migliore delle ipotesi di somiglianze meramente formali e quindi tutt’altro che conclusive b) anche laddove Dresbold pretende di mostrare l’esistenza di somiglianze formali, a ben vedere, porta degli esempi che smentiscono persino questa pretesa. Affinché il lettore possa farsi un’opinione in merito ci limitiamo a riportare i particolari delle due lettere messi a confronto. I particolari designati come Killer sono tratti dalla lettera From Hell (F) quelli designati come Tumblety dalla lettera Dear Caine (T). Si vedano le figg. 19-34 [nella versione cartacea dell’articolo].

L’unica somiglianza non meramente superficiale tra F e T riguarda i collegamenti “non convenzionali”, ovvero la presenza occasionale del segno Legata. Si può notare, tuttavia, che questa analogia pur non essendo di importanza marginale non è conclusiva. È inoltre un segno che nei secoli passati era molto più frequente di quanto non sia ora e che si riscontra con una certa facilità nelle scritture di soggetti in stato di eccitazione. Un analogo stato d’animo e temperamento nei due scriventi, pur con le differenze di cui abbiamo detto, può quindi giustificare questa analogia (cfr. Bravo 1998).

Per il resto Dresbold non giustifica, né menziona, alcuna delle macroscopiche differenze presenti tra i due scritti e in particolare:

1. Diversa modalità dell’erogazione pressoria. In F sono presenti impastoiamenti degli occhielli, cenni del segno Artritica, melmosità del tracciato, Intozzata II di alto grado. La pressione in T appare al contrario netta, pulita e ben distribuita.

2. Forte angolosità in F, con presenza del segno Acuta, assente in T.

3. Larghezza tra lettere notevole in T, molto ridotta in F.

Ricordiamo, tra quelle già citate, anche la diversa inclinazione, il diverso orientamento del rigo, e in genere la rilevante diseguaglianza non metodica presente in F in tutte le dimensioni, contrapposta alla discreta omogeneità in T, etc.

Nessuna di queste differenze viene minimamente menzionata da Dresbold che si concentra unicamente sulle (spesso inesistenti) analogie. Dal punto di vista metodologico il non menzionare le inevitabili, e in questo caso sostanziali, differenze tra le scritture in esame appare scorretto (cfr. Bravo 2003). La ricerca e la adeguata valutazione delle differenze costituiscono il discrimine tra la metodologia grafologica e quella calligrafica (Cristofanelli A. e P., 2004, pp. 223-232).

Possiamo a questo punto proporre anche una considerazione di ordine extraperitale, ma più squisitamente grafologica. Si noti che Tumblety, di professione, faceva il “truffatore” e che quindi doveva necessariamente avere una buona dose di savoir faire o quantomeno una certa disponibilità al contatto con il pubblico. Questa attitudine è presente in T (Fluida, Largo tra lettere, Pendente in alto grado) ma è del tutto assente in F (Acuta, Stretto tra lettere, segni di aggressività latente e manifesta, etc).

Se quindi si può trarre una conclusione dalla pretesa dimostrazione di Dresbold che Francis Tumblety sia Jack lo squartatore è la conclusione esattamente opposta a quella che l’autrice vorrebbe farci trarre.

Che possiamo dire quindi, per concludere, dell’autore della lettera From Hell? Non sappiamo se fosse o meno Jack lo Squartatore ma era certamente una di quelle persone che, per caratteristiche di personalità, avrebbe potuto esserlo. Siamo in presenza di un individuo aggressivo (tratti a mazza e acuminati), impulsivo (Intozzata II e forte Stretto tra parole), irritabile (Intozzata I di alto grado con forte variabilità pressoria), instabile (variabilità nell’inclinazione, della pressione, nell’orientamento del rigo), completamente assorbito da se stesso (Calibro molto alto in Stretto tra lettere), capace di gesti clamorosi e temerari (Spavalda, Ascendente) e incurante delle conseguenze delle proprie azioni (Stretto tra parole, Intozzata II). Il segno Aperture a capo è presente in alto grado e, con Acuta, non può che dar luogo a una tendenza al sadismo sessuale. Il soggetto è assorbito da fantasie a sfondo sessuale (Confusa) che potrebbe mettere in atto qualora ne avesse l’occasione (l’insieme dei segni) anche perché i suoi giudizi sono del tutto soggettivi e scollati dalla realtà (Ricci del soggettivismo, Legata, Ascendente). Non possiamo sapere se fosse o meno Jack lo squartatore, ma certamente non era una persona con cui avremmo voluto avere a che fare.

Riferimenti bibliografici

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Cristofanelli A. e P. (2004), Grafologicamente. Manuale di perizie grafiche, Roma, Ce.Di.S.
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Dresbold M. (2006), Sex, Lies, and Handwriting. A Top Expert Reveals the Secretes Hidden in Your Handwriting, New York, Free Press
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Picozzi M., Lucarelli C. (2004), Storie di ossessione omicida, Milano, Mondadori
Pulver M. (1983), La simbologia della scrittura, Torino, Bollati Boringhieri
Strano M (2003), Manuale di criminologia clinica, Firenze, See
Vels A. (1981), Escritura y personalidad, Barcelona, Herder


[1] Per avere un termine di paragone, per quanto imperfetto, nel campione di ventiquattro scritture che ho utilizzato per la mia tesi di diploma il segno Acuta non era mai presente.

 

(Francesco Rende, Jack lo squartatore. Il contributo della grafologia peritale e di personalità, «Scrittura. Rivista di problemi grafologici», 157, 2011).

101 modi per interpretare la tua scrittura e quella degli altri

(da Scrittura. Rivista di problemi grafologici, 157, Istituto Grafologico Moretti).

Recensione di Franco Torbidoni

Ho il piacere di conoscere Francesco Rende, il quale, nonostante la sua verde età, è già un appassionato cultore della materia. Al termine degli studi ha subito iniziato a perfezionare le sue conoscenze tramite ricerche e approfondimenti che poi si sono concretizzati in articoli di sicuro interesse.

Con il libro di che trattasi ha fatto un salto di qualità affrontando, nella sostanza, uno dei problemi più sentiti dalla Grafologia: la sua didattica. Non quella che potrei definire “curricolare”, propria dei corsi di formazione più impegnativi, bensì quella divulgativa tesa cioè a far conoscere ad un pubblico più vasto le nozioni basilari per interpretare il movimento della scrittura attraverso l’osservazione degli elementi che la caratterizzano.

Il tutto senza entrare più di tanto nel complesso tecnicismo delle misurazioni ma lasciando intendere che senza di esso le analisi “professionali” e quindi approfondite non sono possibili. Nel contempo ribadisce, a più riprese, la necessità di tener conto delle combinazioni, vale a dire il necessario confronto fra i segni, nonché del contesto in cui essi appaiono.

L’opera si snoda in 12 Parti ognuna contenente la spiegazione di un numero variabile di segni (da 5 a 20), con eccezione della 12a che tratta unicamente della lettera “g”, peraltro legati fra loro da nessi logici assimilabili alle “categorie” (la direzione, la continuità grafica, ecc.).

L’impostazione è morettiana ma con molti riferimenti ad altri autori, non sono solo capiscuola, specie per quelle caratteristiche segniche che Moretti non ha trattato in modo specifico. Esse, in particolare, occupano i capitoli dal 90 al 101 (conchiglie, cappi, nodi, tagli delle “t”, ecc.).

La lettura è gradevole alleggerita da definizioni, molto pertinenti, abbinate ad ogni segno proprio per sintetizzarne il contenuto. Ne cito alcune: “L’ottimo è nemico del meglio” a proposito dell’Accurata studio; “Chi ognun riprende poco intende” per Largo tra parole; “Il diavolo si nasconde nei dettagli” per Minuziosa; “Chi non sa insegna” a proposito di Pedante.

Tutto il testo è venato da un sottile tono scherzoso ma non per questo risulta banale, tutt’altro. Da rilevare, tra l’altro, le corrette precisazioni sul contenuto lessicale ed etimologico di molti termini nonché gli esempi per rendere maggiormente percepibili gli atteggiamenti ed i comportamenti associati ad ogni segno.

Un’opera dal sapore moderno che non pretende di insegnare qualcosa di nuovo ma cerca di presentare l’esistente in maniera chiara e giustamente semplice, tale cioè da invogliare il lettore ad approfondire la materia, specie se ne è digiuno.

Rende F, “101 modi per interpretare la propria scrittura e quella degli altri”, Roma, Newton Compton, 2011, 286 pagine, euro 9,90.

(per leggere le prime 38 pagine del libro)

(per acquistare il libro)

 

Numero 157 di Scrittura. Rivista di problemi grafologici

Con una veste grafica rinnovata, un quarantennale da festeggiare e un nuovo direttore (Carlo Merletti) è uscito il numero 157 di Scrittura. Rivista di problemi grafologici dell’Istituto Grafologico Girolamo Moretti.

Vi segnalo al suo interno un interessante articolo a firma di Annachiara e Pacifico Cristofanelli sul caso Schepp, di cui abbiamo a lungo dibattuto su queste pagine (1 e 2), dal titolo “Nuova grafologia? A proposito di un’analisi grafologica su font di computer”.

Nello stesso numero sono inoltre presenti due contributi che mi riguardano personalmente: la recensione del mio libro, “101 modi per interpretare la tua scrittura e quella degli altri“, ad opera del maestro Franco Torbidoni, e un mio articolo, dal sapore decisamente estivo, dal titolo “Jack lo squartatore. Il contributo della grafologia peritale e di personalità”.

Sperando di fare cosa gradita ai lettori del blog e a quelli della rivista (e sperando che i due insiemi finiscano presto o tardi per coincidere) vi ripropongo entrambi i contributi nelle prossime pagine. Se invece non desiderate soltanto un assaggio ma l’intera torta vi segnalo che Scrittura ha dato il via alla campagna di abbonamenti per il 2011.

Bon Vojage!

 

 

13 buoni motivi per sostenere la plausibilità della grafologia

(nell’attesa del post invece di farvi sentire Per Elisa vi segnalo una mia intervista per Crescita Personale)

 

Come avrete notato nel titolo parlo di plausibilità e non di validità.

Il motivo è presto detto. Per validità di una disciplina si intende qualcosa di molto tecnico e di molto specifico.

La mia opinione in merito è che la grafologia non sia valida (ovvero comprovata al di là di ogni ragionevole dubbio secondo gli attuali canoni del metodo scientifico) ma possa, ciononostante, essere veridica, nonché plausibile e probabile.

Quelle che seguono sono alcune delle ragioni a sostegno della  mia tesi.

1. La scrittura è un prodotto del sistema nervoso ed è in relazione diretta con il sistema nervoso dello scrivente. Al variare del sistema nervoso varia anche la scrittura. Questo è vero sia se uno stesso sistema nervoso subisce dei cambiamenti (variabilità intra-individuale) sia se si passa “da un sistema nervoso all’altro” (variabilità inter-individuale). Se non ci credete provate ad osservare la scrittura di un malato di Parkinson o di Alzheimer. O la scrittura di una persona sotto l’effetto di droghe o di psicofarmaci.

2. La scrittura è un comportamento e può quindi essere un campione rappresentativo di altri comportamenti. Questo presupposto è lo stesso che è alla base di tutti i test di personalità. Assumiamo che una persona che risponde in un certo modo ad un test sia la stessa che poi “agisce nel mondo” e che il modo in cui risponde sia in qualche relazione con il modo in cui agisce in altri contesti. Se scrivete lentamente dubito che pensiate o agiate velocemente. Se scrivete con cura, dubito che facciate tutto il resto in modo sciatto e trasandato. È possibile certo, ma poco probabile.

3. Ci sono “pseudoscienze” che hanno presupposti non in linea con la scienza moderna. Prendete ad esempio l’omeopatia che afferma quanto più una sostanza è diluita tanto più è efficace. Questo contraddice tutto ciò che sappiamo della fisica, della chimica e della fisiologia. Per accettare l’omeopatia dovremmo rifiutare in blocco tutto questo. Per accettare l’idea che la scrittura abbia qualche relazione con la personalità di chi scrive non dobbiamo fare niente del genere. I presupposti della grafologia riposano sulla fisiologia del sistema nervoso, quanto di più materialista e determinista si possa immaginare.

4. Sono una persona scettica. Sono un entusiasta del CICAP. Non credo in niente di para-scientifico. Galileo Galilei è il mio mentore e Karl Popper il mio maestro. Mi rendo conto che questo può non essere un buon motivo per credere nella grafologia, ma forse può essere un buon motivo – anche se di carattere del tutto personale – per approfondire. Ho conosciuto grafologi laureati in fisica, in matematica, in biologia e in ingegneria. Non si contano i grafologi laureati in medicina (e ovviamente in materie umanistiche e in psicologia) La grafologia non è solo una materia per arzille signore amanti delle discipline esoteriche (ovviamente si trova anche questo). Ci sono persone che conoscono i canoni del metodo scientifico e purtuttavia hanno visto nella grafologia qualcosa che non hanno visto in altre discipline. Che cosa hanno visto? Approfondite.

5.  Si afferma spesso che la grafologia non è stata provata scientificamente. Questo è vero ma fuorviante. Se leggete Processo alla grafologia di Paola Urbani scoprirete che le cose sono un po’ più complesse. Gli esperimenti sulla validità della grafologia hanno dato risultati controversi. Non hanno dimostrato né la sua validità né la sua falsità ma qualcosa che sta nel mezzo, da qualche parte. Il fatto che non siamo ancora riusciti a dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che la grafologia sia veridica non vuol dire che non lo sia (come non vuol dire, peraltro, il contrario). Anche in questo caso la parola d’ordine è: approfondire.

6. Ci sono molte altre discipline non provate scientificamente ma su cui siamo più che disposti a chiudere un occhio, o per ignoranza o per abitudine. Un esempio su tutti? La psicoanalisi. Le prime verifiche sull’efficacia della psicoterapia (psicoanalisi inclusa) sono degli anni ’70 del secolo scorso. Questo vuol dire che per 70 anni la psicoanalisi ha goduto di ottima fama pur non potendo fornire alcuna prova della sua validità. Il motivo? Era affascinante, e probabilmente gli psicoanalisti riuscivano a farsi una pubblicità migliore dei loro colleghi grafologi.

7. Oltre alla psicoanalisi ci sono altre parti della psicologia che non hanno alcuna base scientifica e ciononostante godono di buona fama. Il motivo? Sono basate sul senso comune o su presupposti ragionevoli. Non diversamente dalla grafologia.

8. Gli psicologi utilizzano molti test, come quelli proiettivi che non hanno alcuna validità scientifica in senso stretto.

Per ironia della sorte molti di questi test sono utilizzano categorie di tipo grafologico (come il simbolismo dello spazio grafico). Tra queste il test dell’albero o il test della figura umana.

Come è possibile che qualsiasi cosa un essere umano faccia possa essere indice della sua personalità ad eccezione del modo in cui scrive? È possibile che quando si inizia a scrivere si venga rapiti dagli alieni?

Gli psicologi possono trarre inferenze a partire dalle fantasie, dai sogni, dalla scena del delitto, dal vestito e dagli accessori, dall’incesso, dal modo di parlare, dalla postura, dal timbro di voce. Come è possibile che il modo di scrivere sia l’unica attività degli esseri umani che non sia collegata in qualche modo con la persona che la produce?

9. La scrittura è un prodotto di uno specifico sistema nervoso. La personalità è prodotto di uno specifico sistema nervoso. Che la scrittura abbia quindi una qualche relazione con la personalità?

10. A tutti viene insegnato a scrivere allo stesso modo. Ma, in età adulta, ciascuno di noi scrive in modo diverso. Come è possibile? L’input è lo stesso, l’output è diverso. Ci devono essere quindi delle cause di questa variabilità. Cause presumibilmente di ordine psicologico (e neurofisiologico).

11. Provate a scrivere quando siete su di giri. O quando siete depressi. O quando siete stanchi. La vostra scrittura cambia? Dovrebbe, visto che la vostra motricità cambia. Quando siete depressi i vostri movimenti sono rallentati. Quando siete su di giri gesticolate più velocemente. Possibile che solo la scrittura rimanga la stessa? La scrittura è niente di più che il prodotto di un movimento, la cui traccia rimane su carta.

12. La scrittura è una forma di linguaggio non verbale. Avete presente Lie to me? Quando siete eccitati parlate più velocemente e la vostre voce è più acuta. Quando siete tristi il vostro timbro di voce è più grave, e le parole vengono scandite più lentamente. Quando siete dubbiosi o in imbarazzo potreste esitare a parlare. Sostituite il linguaggio orale con il linguaggio scritto, ed il gioco è fatto.

13. Perché le donne scrivono tendenzialmente in modo diverso dagli uomini? Se la scrittura fosse completamente irrelata con la personalità dello scrivente non ci dovrebbero essere differenza di sorta. E perché gli adolescenti scrivono in modo diverso dagli anziani?

(post scriptum: c’è qualcuno che continua a cercare compulsivamente “Il testamento olografo fatto dal cieco con il righello può essere valido?” e finisce regolarmente su questo sito. Vorrei rassicurarlo. Sì.  è valido, purché sia autografo e presenti data e firma).

Freud e la grafologia

È uscita recentemente in Francia un’opera collettanea, a firma di quaranta autori tra storici, filosofi, medici e ricercatori, che ha riacceso un ampio dibattitto sulla persona e le teorie di Sigmund Freud. Questo libro, dall’eloquente titolo di Libro nero della psicoanalisi sostiene, argomentando in maniera estesa e con numerose prove documentali, molteplici e gravi «capi d’accusa» contro l’illustre fondatore del metodo psicoanalitico. Lo scopo del presente articolo è quello di mostrare come la figura del medico viennese che emerge dal Libro nero sia straordinariamente vicina al ritratto grafologico dello stesso, come emerge sia dall’analisi del Moretti (reperibile nel Trattato) sia dal significato dei segni grafologici constatabili nella scrittura di Freud. Come noto, il ritratto che il maestro di Recanati fa di Freud è particolarmente impietoso, tanto da poter dare di primo acchito l’impressione che Moretti abbia «calcato un po’ troppo la mano». Questa impressione si fa particolarmente forte se confrontiamo il suo ritratto grafologico con la tradizionale immagine di Freud, tramandata in primo luogo dal suo amico e biografo Ernest Jones, ovvero quella di un genio che avrebbe precorso i tempi lottando strenuamente contro ogni opposizione interna e esterna al movimento psicoanalitico pur di far trionfare la verità.

Cercherò di mostrare tuttavia come il ritratto di Freud che emerge da Il libro nero della psicoanalisi, che secondo il quotidiano Le Monde «è senza dubbio il primo vero libro di storia della psicoanalisi», trovi precisi e circostanziati riscontri nella grafologia morettiana. Con la constatazione di questa coincidenza di vedute non si vuole ovviamente né dare avallo alle tesi del Libro nero né indirettamente corroborare la metodologia grafologica, poiché tanto le une quanto le altre vivono di vita propria e dovranno essere valutate indipendentemente. È comunque, a mio avviso, utile e istruttivo mostrare come la nuova immagine di Freud che si va storiograficamente affermando trovi un riscontro così preciso e puntuale nell’opera del Moretti.

Freud è un bugiardo? Questa domanda, certamente d’impatto, è il titolo di una famosa lezione tenuta da Frank Cioffi alla BBC nel 1973. Cioffi sostiene in particolare che Freud avrebbe mentito sulla sua prima «teoria della seduzione», secondo la quale l’isteria sarebbe causata da abusi sessuali subiti dai pazienti isterici nella prima infanzia. Come noto Freud rivedrà questa teoria dopo aver scoperto che gli episodi narrati dai suoi pazienti isterici erano pure fantasie che essi avevano scambiato, più o meno inconsciamente, con la realtà. Non dandosi per vinto da questa auto-confutazione Freud elaborerà una ulteriore teoria secondo la quale per gli isterici la differenza tra fantasia e realtà è labile, e che la causa dei sintomi isterici non sarebbero episodi di incesto realmente avvenuti ma le fantasie incestuose nutrite dai pazienti stessi. Secondo Cioffi tuttavia è semplicemente falso che i pazienti di Freud gli abbiano mai raccontato alcunché relativamente a presunti abusi sessuali subiti nella prima infanzia. Esaminando alcuni articoli scritti da Freud nel 1896 Cioffi arriva a sostenere che «Freud afferma più volte di averli inutilmente esortati a confessare di essere stati vittime di abusi sessuali nell’infanzia, ma che essi non ricordavano niente, e che anche dopo la cura continuavano a rifiutare di crederci. Non racconta mai di pazienti andati da lui per parlargli di abusi sessuali – anzi sostiene l’esatto contrario… » Secondo Cioffi la teoria della seduzione di Freud non sarebbe quindi stata ricavata dai resoconti clinici dei suoi pazienti ma elaborata a priori e poi «verificata», con scarsi risultati, sui pazienti stessi. Anche la teoria successiva, che afferma che la causa dei sintomi isterici non sarebbe uno specifico episodio sessuale ma i desideri incestuosi rimossi, risentirebbe di questo equivoco. Come chiosa Israels: «Freud non poté iniziare a mettere in dubbio le storie dei suoi pazienti, per la buona ragione che non ce n’era nessuna!»

Anche il tradizionale resoconto del celebre caso di Anna O., la prima paziente isterica «curata» da Freud, sarebbe secondo gli autori farcito di omissioni quando non di vere e proprie menzogne. In particolare, secondo il matematico inglese Esterson, Bertha Pappheneim, vero nome di Anna O., non sarebbe guarita che nove anni dopo la fine dell’analisi con Freud rendendo così improbabile qualsiasi nesso tra i due eventi.

Contrariamente a quanto tramandato dalla storia ufficiale della psicoanalisi inoltre, non sarebbe Bertha ad essersi innamorata del suo primo medico Joseph Breuer, che ne lascerà per questo la cura a Freud, ma precisamente il contrario, come spiegherebbe lo stesso Freud in una lettera alla sua fidanzata Martha Bernays. Secondo Mikkel Borch-Jacobsen pertanto «Freud ha dunque invertito i ruolo dei due protagonisti per suggerire la natura sessuale dell’isteria di Anna O». Non sarebbe quindi il primo caso di transfert della storia della psicoanalisi, ma il primo caso di contro-transfert. Un altro caso eclatante è quello che ha per protagonista Ernst von Fleischl-Marxow, un amico di Freud affetto da dipendenza da morfina. Nel 1887 Freud dichiara di averne guarito la dipendenza utilizzando un altro stupefacente, la cocaina. Tuttavia il quadro che emerge dalle lettere di Freud alla fidanzata, pubblicate solo nel 2000, è molto diverso. Fleischl non solo non sarebbe guarito dalla dipendenza dalla morfina, ma sarebbe diventato oltre che morfinomane cocainomane e Freud ne sarebbe stato a conoscenza. Dopo queste e altre rivelazioni contenute nel libro viene spontaneo chiedersi quello che si chiede Frank Cioffi: Freud è un bugiardo? E soprattutto, domanda forse ancora più interessante, se mentiva perché mentiva? Relativamente alla teoria della seduzione Cioffi propende per una forma di autoinganno o falso ricordo, per quanto il suo giudizio non sia così tenero sugli altri casi: «Detto ciò ci sono ampie prove del fatto che mentì su altre questioni». Sulla spiegazione del perché Freud mentisse Cioffi è altrettanto caustico: «Mentire gli dava fastidio ma gli era assolutamente necessario se voleva farsi strada nel mondo». Per esaminare l’eventuale tendenza alla menzogna di Freud la grafologia può esserci d’aiuto se consideriamo la lista di segni fautori che il Moretti riporta in Grafologia dei Vizi. In particolare nella scrittura di Freud spiccano sia il Pendente 8/10 che i Ricci della Mitomania 5/10, per considerare i soli segni indicanti «tendenza diretta». Alla scrittura di Freud Moretti attribuisce anche il Secca e il Solenne, che quantifica rispettivamente in 6 e 7 decimi, e che risultano anch’essi nel novero dei segni direttamente «menzogneri». Come si vede sono ben quattro segni sui quindici indicati dal Moretti, che non sono costituiscono una prova possono certamente essere considerati un forte indizio. La grafologia è tuttavia ancora più illuminante se consideriamo non tanto la tendenza in sé quanto le motivazioni della tendenza stessa. Sul fatto che Freud sia quello che potremmo definire un «passionale» credo non ci possa essere, grafologicamente parlando, dubbio alcuno. Si vedano a questo proposito non solo il Pendente 8/10, comunque di grado singolarmente elevato, ma anche segni come Slanciata 6/10 ed Aperture a Capo 4/10, che sono indici grafologici altrettanto evidenti di una qual certa «turbolenza affettiva». È pertanto legittimo argomentare che Freud si affezionasse molto alle teorie da lui elaborate (si tenga a mente il significato grafologico di Pendente) e che fosse perciò molto restio ad abbandonarle (Stretto tra lettere 4/10) anche perché gli erano costate molta fatica intellettuale (Acuta e Stretto di Lettere) e perché ne andava particolarmente fiero (Calibro Alto 7/10).

Relativamente alla tesi di Cioffi secondo la quale Freud non sarebbe stato un bugiardo consapevole ma che fosse, almeno in parte, propenso all’autoinganno, la grafologia sembra avvalorare la sua tesi. Non possono infatti non colpire i 5/10 di Ricci della Mitomania che per Moretti sono «segno diretto della menzogna in quanto il mitomane tende ad inventare fatti e circostanze di fatti». Fa azione di rinforzo su Ricci della Mitomania anche Aperture a Capo che oltre ad accentuarne la tendenza alla fantasticheria le fornisce anche il contenuto, che ovviamente non potrà che essere a sfondo erotico (e conoscendo le teorie di Freud e le accuse di «pansessaulismo» che gli sono stata rivolte non sembra necessario insistere ulteriormente su questo punto).

Anche la forte emotività di Freud (Intozzata II modo 4/10) ne accentua la tendenza mitomane offuscandone il discernimento, così come fa azione di rinforzo la modesta capacità critica e riflessiva di cui è dotato (Largo tra Parole 4/10), che peraltro non può non stupire in uno studioso di tale fama. In sintesi abbiamo un soggetto emotivo, portato a fantasticherie fuori dalla realtà e dotato di scarsa capacità critica e autocritica, poco propenso a rimettersi in discussione, poco portato ad una visione ampia della realtà, e fortemente affezionato alle proprie idee che difende contraddicendo a spada tratta i suoi oppositori (Acuta) che tratta quasi dall’alto in basso (Calibro Alto, Solenne).

Come ciliegina sulla torta non si può non parlare del Calibro Alto che lo porta a cogliere più il lato suggestivo delle cose che la loro sostanza, e che sembra quindi in questo contesto molto favorevole all’autoinganno, peraltro ammantato di prosopopea (Solenne). Sembra quindi che la grafologica conforti la tesi di Cioffi ed altri, e che si possa grafologicamente parlare di una tendenza alla menzogna di Freud illustrandone persino le motivazioni ultime. Il soggetto più che un «bugiardo patentato» (mancano Ricci dell’Ammanieramento, Accurata, Levigata, etc.) può essere portato a scambiare, senza neanche rendersene conto, la fantasia con la realtà. In un contesto del genere anche l’evidente Aggrovigliata (non riportato da Moretti) con la sua tendenza «a farsi avanti, ad andare in prima fila, a fare chiasso» depone a favore di una «menzogna da confusione» più che da accorto calcolo (del tutto assente ogni traccia di Angoli C per evidenti Angoli A e B sopra media).

Anche l’altro giudizio del Cioffi, secondo il quale Freud mentirebbe «per farsi strada nel mondo», trova riscontro nell’analisi grafologica. Davvero imponente risulta infatti il grado di Intozzata I che Moretti quantifica addirittura in 9/10. Possiamo quindi argomentare, utilizzando in parte l’armamentario concettuale dello stesso Freud, che le invenzioni mitomani di Freud fossero a un qualche livello di consapevolezza subordinate e asservite al suo straordinario desiderio di emergere e imporre se stesso e le proprie idee.

Freud, genio o geniale assimilatore? Come noto, Moretti distingue l’intelligenza di assimilazione dall’intelligenza propriamente originale, che come la natura crea senza ripetersi. Freud è considerato universalmente, e quasi per antonomasia, un genio, nell’accezione più precisa del termine, avendo creato un sistema originalissimo dal nulla, precorrendo i tempi e i suoi contemporanei.

Anche in questo caso tuttavia il Libro nero della psicoanalisi sembra avere qualcosa da ridire. Sulloway arrivò a stabilire che tutti i principali elementi della teoria freudiana della sessualità – la bisessualità, le zone erogene, la perversione polimorfa, la regressione, la libido, la repressione primaria, ecc. – provenivano in linea più o meno diretta dalla sessuologia dell’epoca… cosa che demoliva in un solo colpo il mito dell’isolamento intellettuale di Freud, e del presunto «puritanesimo» dei suoi colleghi. Secondo Sulloway quindi Freud ben lungi dall’essere un inventore di nuove e originali teorie, sarebbe un buon compilatore che avrebbe messo insieme contributi disparati inglobandoli nella sua creatura, la nascente psicoanalisi. Dalle ricerche di Sulloway all’accusa di plagio il passo è breve, dal momento che Freud non ha mai dichiarato le sue fonti.

In altri termini, se è lecito per un ricercatore attingere da contributi vari per trarne ispirazione o una sintesi originale, meno lecito appare il tentativo di far passare questi contributi per proprie creazioni. Da un punto di vista grafologico questo discorso non può non far venire mente quanto dice Moretti a proposito dell’intelligenza del segno Pendente che, come ricordiamo, Freud aveva in alto grado: «Intellettualmente il segno Pendente porta all’assimilazione in un modo che sembra originale. In fatto di originalità possono avere di speciale di cambiare in certo modo la veste del pensiero tanto da farlo comparire diverso da quello da cui l’hanno assimilato». Detto in termini più espliciti, nell’efficace sintesi di Palaferri: «anche sul piano mentale … il soggetto fa proprio – e come tale poi lo ripresenta – quello che è invece è solo degli altri». Interessante è che anche al segno Acuta Moretti attribuisca simili connotazioni, utilizzando quasi gli stessi concetti utilizzati a questo proposito per il segno Pendente. In Scompensi e anomalie della psiche scrive infatti: «Coloro invece che hanno intelligenza acuta, per essere considerati e stimati, hanno la tendenza a formulare nuovi sistemi e credono di annunziare verità non ancora scoperte da altri, mentre non fanno che rimescolare cose già dette e infarcirle di inesattezze e di errori, dei quali convinti, non vogliono confessare la fallacia per sostenerli cadono in altri errori sicché tutto il loro edificio è apparente». L’attinenza di questo passo con il caso già trattato della «teoria della seduzione» risulta particolarmente suggestiva.

Una certa tendenza al plagio sarebbe quindi quasi intrinseca al segno Pendente, che per Moretti Freud possedeva in grado di 8/10, e al segno Acuta, a cui Moretti attribuiva addirittura 9/10 di grado. Non si può comunque non riconoscere a Freud una originalità sopra la media (Diseguale metodico del Calibro 6/10) ma è un’originalità che si metterebbe, per così dire, al servizio dell’assimilazione del Pendente. In altri termini non originalità di concezione ma un’originalità nell’assimilare e nel presentare come proprio «quello che è invece è solo degli altri».

Anche Sulloway riconosce a Freud una certa genialità laddove scrive: «Era un genio nel formulare ipotesi plausibili e merita per questo il massimo dei voti. Ma per quanto riguarda la seconda fase, ovvero la fase di verifica, non va oltre la mediocrità, se non addirittura la sufficienza». In altri termini Freud avrebbe avuto delle intuizioni originali, anche se abbiamo visto come fossero più relative alla «veste» in cui presentare le intuizioni altrui, ma non avrebbe saputo fare quello che un buon scienziato deve saper fare: cercare confutazioni e non solo verifiche. In altri termini Freud più che mettere in dubbio le sue ipotesi, come il metodo scientifico richiede, sarebbe andato affannosamente in cerca di conferme, arrivando al punto, come si è visto, di suggerire alle pazienti isteriche di aver subito traumi di natura sessuale.

Ancora una volta grafologicamente non possiamo che trovare riscontri, che in parte trattano temi già trattati. Freud era fortemente affezionato alle idee che portava avanti, che scambiava per proprie anche quando non lo erano (Pendente), ed era carente proprio nella verifica, sia perché dotato di non eccelsa capacità critica (Largo tra parole 4/10), sia perché di intelligenza fortemente settoriale (Stretto di lettera, Acuta), sia perché in ultima analisi «prendeva lucciole per lanterne» (Ricci mitomania 5/10, Aggrovigliata). Non era facilmente disposto ad abbandonare un’idea anche quando la scopriva falsa (Largo tra lettere 4/10) ed era affetto da una smania di contraddizione, che lo portava a vedere nemici anche laddove non ce n’erano (Acuta).

Questa sua tendenza al pensiero «paranoico», per usare un termine un po’ forte, può spiegare perché egli si sentisse isolato e osteggiato per le sue teorie psicosessuali, laddove invece, come sostiene Sulloway, esse risultavano invece largamente condivise. Il segno Acuta infatti, nelle parole di Palaferri «porta al rischio di cadere lentamente in manie persecutorie e in vittimismo». Il vittimismo sarebbe in questo caso esasperato dal Pendente 8/10, nonché dalla forte emotività (Intozzata II modo 4/10). Per questa congerie di segni Freud si sarebbe sentito non corrisposto anche qualora lo fosse stato, perpetuamente in lotta contro i suoi reali o presunti contraddittori, intossicato dalla mania di contraddizione come da uno stupefacente.

La combinazione Acuta + Ricci Mitomania non può che portare ad un accentuazione del pensiero di tipo paranoico, poiché ciascuno dei due segni singolarmente preso, è indice di questa tendenza. A proposito di Ricci Mitomania Palaferri scrive infatti: «attività mentale predisposta a percepire, rappresentarsi e interpretare la realtà in modo distorto e spesso ostile». Singolare è anche il fatto che Ricci Mitomania già di per sé, anche senza considerare Aperture a Capo pur presente nella scrittura di Freud, porterebbe a un pensiero fantastico incentrato su fantasie di tipo sessuale: «I giochi di fantasia di coloro che hanno questo segno sono per lo più, a base di rappresentazioni erotiche … Siccome essi, in quelle date circostanze, si troverebbero in quella data situazione psichica, ritengono che così siano tutti gli altri». Se consideriamo che il meccanismo di difesa tipico del segno Acuta è la proiezione, ciò la tendenza ad attribuire ad altri sentimenti inaccettabili che appartengono invece a se stessi, il quadro è completo. Freud per Acuta + Ricci Mitomania + Aperture a Capo sarebbe stato portato ad attribuire ai suoi pazienti delle fantasie di carattere sessuale che erano invece frutto della sua stessa attività mentale. Un’accusa non certo nuova, ma che ci conforta grafologicamente: già Fliess infatti, autore prima di Freud una teoria sulla bisessualità e sulla sessualità infantile, aveva accusato Freud di «aver letto i propri pensieri in quelli dei pazienti». L’immagine classica di Freud: altri riscontri grafologici Incidentalmente si può notare come anche testi non così controversi come il Libro Nero della psicoanalisi offrano singolari riscontri all’analisi grafologica sin qui delineata. Nel classico La scoperta dell’inconscio Henri Ellenberger delinea un quadro della personalità di Freud che non può non far pensare ad alcuni specifici segni grafologici presenti nella scrittura del padre della psicoanalisi.

Ellenberger fa esplicito riferimento all’ambizione di Freud che attribuisce all’influenza della madre: «Molto probabilmente fu lei che gli ispirò quell’ambizione che sarebbe andata sempre più fortemente crescendo per tutta la vita.» Questo punto non merita ulteriore approfondimento dal momento che sappiamo come il significato principale di Intozzata I, che Moretti attribuisce a Freud nel grado di 9/10, sia proprio «comando, ambizione di comandare, indipendenza». Ad un Intozzata I modo di grado così elevato si dovrebbe attribuire anche un’energia fuori dal comune e anche in questo caso il riscontro di Ellenberger è singolarmente puntuale: «Una caratteristica basilare di Freud era la sua straordinaria energia …».

Sull’ambizione di Freud ritorna peraltro Ellenberger laddove scrive che «Le lettere a Fliess, scritte durante il periodo successivo della vita di Freud rivelano la sua ambizione, il suo desiderio di compiere un lavoro di grande importanza, la sua amicizia appassionata verso Fliess, molte lamentele per i disturbi depressivi, il suo giudizio critico verso molte persone e il suo senso d’isolamento in un mondo ostile».

Questo passo è interessante perché a ribadire l’ambizione di Freud ci dà altri due spunti di interesse grafologico. La visione di Freud di essere solo al mondo in un mondo ostile, così come il suo giudizio critico «verso molte persone», non può non richiamare alla mente quanto sappiamo del segno Acuta, segno peraltro di non comune riscontro. Palaferri a proposito di Acuta parla esplicitamente di «tendenza … a forme nevrotiche e manie di persecuzione e di incomprensione da parte degli altri» e anche di pericolo «di patologie da vittimismo e manie persecutorie, per una proiezione che riversa sull’ambiente la colpa del proprio isolamento umano e affettivo».

Interessante è anche la menzione delle «molte lamentele per i disturbi depressivi». Sappiamo infatti che grafologicamente il segno principe per quanto riguarda la «lamentosità» è proprio il Pendente, specie di alto grado. Ancora più esplicito, relativamente al passo in esame, è uno dei significati che il Palaferri attribuisce al segno Acuta: «Tendenza a shock affettivi, a forme depressive, a malinconie querule». Sulla «querulità» di Freud, e su una certa tendenza al pensiero paranoide, fa fede ancora Ellenberger quando sostiene che Freud si lamentasse continuamente per gli scarsi riconoscimenti che andava ottenendo e che imputava al suo essere ebreo e all’antisemitismo dilagante. Ellenberger sostiene per contro che l’antisemitismo non fosse affatto (all’epoca) così diffuso a Vienna come Freud pretendeva e che i riconoscimenti che andava ricevendo, ancora prima della sua definitiva consacrazione, fossero tutt’altro che scarsi. Un altro punto interessante, anche se forse meno eclatante, viene toccato laddove Ellenberger dipinge il piccolo Freud come «un giovane tiranno della famiglia». La sorella Anna infatti ricorda come Freud le proibisse di leggere Balzac e Dumas e come, dal momento che non poteva sopportare il suono del suo pianoforte, questo le fu venduto per accontentare il fratello. In questo comportamento «tirannico», con il desiderio di dettar legge anche in ambito privato, pare di poter scorgere all’opera la combinazione Intozzata I + Pendente, in cui il desiderio di imporsi dell’Intozzata I si riverserebbe proprio nella sfera affettiva cara al Pendente. Ancora più singolare risulta quest’altro passo che testimonia di altri due tratti della sua personalità facilmente ricavabili dall’analisi grafologica: «Freud si dimostrava uomo di forti simpatie e antipatie, innamorato fervido e devoto, sebbene talvolta possessivo e geloso».

Anche senza voler cedere alle facili suggestioni di un’analisi a posteriori non si può non pensare al «beniaminismo» di cui è indice Aperture a capo («forti simpatie e antipatie») così come alla gelosia che appartiene di diritto non solo al Pendente ma anche all’Acuta. Neanche sull’innamorato fervido e devoto nutriamo peraltro dubbi data la combinazione, già considerata, di Pendente e Aperture a Capo su una sostanziosa base di Intozzata I e Intozzata II (che certamente ne aumenta il «fervore»).

Anche da queste poche menzioni si può constatare come anche un classico della storia della psicoanalisi, come La scoperta dell’inconscio, che sicuramente non ha e non vuole avere il potenziale sovversivo del Libro nero della psicoanalisi, offra singolari e circostanziati riscontri all’analisi grafologica di Sigmund Freud secondo il metodo morettiano.

Conclusioni Il ritratto grafologico di Freud che emerge dalla metodologia morettiana sembra particolarmente affine al ritratto che ne tracciano gli autori del Libro nero sulla psicoanalisi, pur partendo da una metodologia completamente diversa.

I quaranta autori del Libro nero si basano infatti su dati documentari e in particolare sulle numerosissime lettere che Freud ha indirizzato ai suoi conoscenti nel corso della vita. Da queste lettere, una gran parte delle quali sono state pubblicate e studiate solo di recente, emerge una verità molto diversa da quella usuale, che trova un singolare e interessante riscontro nell’analisi grafologica.

Anche testi più ortodossi come il libro di Ellenberger, che descrivono un Freud ambizioso, geloso, tirannico e allo stesso tempo querulo e malinconico, sembrano trovare forti analogie con il significato che siamo soliti attribuire ai segni presenti nella scrittura di Freud. Non si vuole con questo certamente sminuire la figura di Freud, che anche grafologicamente risulta estremamente complessa e interessante. Basti pensare che, se prendiamo per buoni i gradi dei segni attribuiti da Moretti nel Trattato di Grafologia alla sua, questa rientrerebbe in più caratteri morettiani. Per Intozzata I modo 9/10 avremmo infatti il Carattere dell’Assalto per «l’insaziabilità sempre crescente dell’autoindipendenza e della dipendenza altrui».

Per Angoli A 8/10 abbiamo il Carattere dell’Assalto per permalosità: «esso tiene attenti tutti i sensi del soggetto per apprendere le ostilità che possono elevarsi contro il soggetto medesimo … Appena uno dei cinque sensi del soggetto apprende una menomazione dell’Io da parte di altrui, sia essa vera o creata dalla fantasia del medesimo Io». Per Angoli B 7/10 abbiamo il Carattere della Resistenza per «irremovibilità dell’Io riguardo ai suoi giudizi, ai suoi sentimenti, alle illazioni che l’Io stesso ha già fissato». Infine per Secca 6/10 abbiamo il Carattere della Resistenza per avarizia in quanto Secca «ha un movimento di restringimento, di serramento, e non solo di quello che appartiene all’Io, ma anche di quello che può accaparrare, e rapinare, togliere, dall’altrui».

Ben rappresentati risultando anche i temperamenti della Cessione (Pendente 7/10, Aperture a Capo 4/10, Aste col Concavo a Destra 5/10), così come non mancano altri segni di Resistenza (Mantiene il rigo 9/10, Aste Rette 5/10), pur non potendo accedere, sebbene per pochi decimi, rispettivamente ai Caratteri della Cessione per facilità dell’intenerimento sessuale e della Resistenza per fermezza. Come si vede, una personalità estremamente complessa e sfaccettata in cui coesistono ben quattro caratteri morettiani e a cui si affacciano, sebbene solo in nuce, altri due. Non sarà quindi pretestuoso stante queste premesse argomentare che la personalità di Freud era attraversata da spinte diversi e solo a tratti convergenti. Basti pensare ai numerosi segni di Cessione che sembrano opporsi, in maniera non del tutto armonica, alle opposte e imponenti spinte della Resistenza e dell’Assalto. Si potrebbe dire che Freud ha fatto della Cessione un suo punto di forza, utilizzandola per i fini superiori prospettati dall’Assalto (smania di imporsi e di assalire contraddicendo) con l’ausilio di una non comune Resistenza (smania di accaparrare e di difendere quanto attiene all’Io, intellettualmente e materialmente). Una tale congerie di spinte non può quindi non far pensare, pur con un sorriso, alla stroncante chiosa finale dell’analisi di Moretti sulla scrittura del padre della psicoanalisi: «È un essere decisamente patologico».

(Note. Articolo originariamente pubblicato su «Scrittura, Rivista di problemi grafologici», 145, con il titolo Freud e il libro nero della psicoanalisi. La scrittura di Freud e la quantificazione dei segni è tratta da G. Moretti, Trattato di grafologia, Messaggero, Padova)

Osama Bin Laden e la grafologia

Il personaggio del mese, ancor più di William e Kate, ancor più di Karol Wojtyla, è indubbiamente Osama Bin Laden, e per la precisione Osama bin Muhammad bin ʿAwaḍ bin Lāden, o più semplicemente أسامة بن محمد بن عوض بن لادن, nato  a Ryad il 10 marzo 1957, e morto ad Abbotad (dicunt) il 2 maggio 2011.

Dinamico quarantenne, di professione terrorista, in quest’ultimo decennio Osama Bin ha avuto il compito non facile di rappresentare il Male assoluto, ruolo che peraltro ha incarnato alla perfezione.

Quella che segue è l’analisi grafologica della sua firma ad opera della fantasiosa grafologa Michelle Dresbold, autrice di Sex, Lies and Handwriting. Come noterete l’analisi in questione si caratterizza per una tecnica che potremmo definire “proiettiva” (ne abbiamo visto un esempio in Aiuto, dottore, c’è un fallo nella mia scrittura). In pratica il grafologo si rapporta una scrittura come un analizzando a una macchia di Rorshach.

È un modo di procedere piuttosto dubbio e alquanto soggettivo che si presta a bias di ogni sorta (nella forma delle nuvole, si sa, si può vedere ciò  si vuole). Cionondimeno, nel caso in questione, dà luogo a dei risultati interessanti che rientrano a buon diritto in quella che potremmo chiamare grafologia da salotto (o nella peggiore delle ipotesi, grafologia circense). Niente di valido al di là di ogni ragionevole dubbio, ma piuttosto una forma di intrattenimento su base grafologica.

«Quella che segue è una firma piuttosto inusuale.

Mi rendo conto che la firma non è leggibile ma sono sicura che siete in grado di capire comunque il messaggio che nasconde. Prima di passare al paragrafo successivo trascrivete ciò che vedete, incluse le immagini, i simboli, o i messaggi nascosti. Sentitevi liberi di osservarla all’incontrario e da angolazioni diverse. Leggetela da sinistra a destra e da destra a sinistra. Cosa nasconde l’immagine in questione?

Il 1 novembre 2001, sette settimane dopo l’attacco al World Trade Center, l’emittente televisiva del Qatar al-Jazeera ricevette una lettera da Osama Bin Laden, scritta in arabo. La lettera esortava i Musulmani alla jihad, la guerra santa, contro i “crociati americani”, e presentava la seguente firma.

Non capisco l’arabo ma ho scoperto che indipendentemente dal linguaggio o dall’alfabeto utilizzato, alcuni principi grafologici rimangono universali. In qualsiasi scrittura i tratti che ricordano coltelli, pugnali, arpioni, o altre armi, sono indice di pensieri ostili e pericolosi. E quando  le immagini di armi sono inglobate nella firma o nel pronome personale Io è necessario fare molta attenzione.

Notate alcune rappresentazioni di armi nella firma di Bin Laden? Quelle che seguono sono alcune delle immagini che ho trovato io.

Muovendo da destra a sinistra (che è il modo in cui si scrive in arabo):

un fucile d’assalto

 

 

 

 

 

 

una granata pronta ad esplodere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una bomba con una miccia

 

 

 

 

 

 

 

un cadavere con il sangue che sgorga dalla testa.

 

 

 

 

 

 

 

È roba che fa paura. Ma il desiderio di spaventare è intenzionale? Bin Laden aveva davvero intenzione di immettere questi simboli marziali nella sua scrittura? O erano così profondamente radicati nel suo cervello che non riusciva a fare a meno di esprimerli anche nella firma? Io propendo per quest’ultima ipotesi. Ed è un’ipotesi che rende questa macchia di inchiostro più inquietante di quanto già non sia».

(da Michelle Dresbold, Sex Lies and Handwriting, mia traduzione)

Aiuto, dottore, c’è un fallo nella mia scrittura

Il termine fallo deriva dal latino phallus che deriverebbe a sua volta dal sanscrito  phalati, che vuol dire “germogliare”.

Il fallo tra i Greci e i Romani era simbolo di potere e la sua rappresentazione in forma di amuleto (fascinum), era usato come portafortuna da appendere al polso.

Obelischi, campanili e torri altro non sarebbero che un simbolo fallico e questo spiega forse perché sant’Agostino, evidentemente saturo di questa panfallia, stabilì che il pene fosse la “verga del diavolo” e l’organo corrottissimo per eccellenza.

I Romani adoravano Priapo, un dio rappresentato da un’abnorme erezione, da cui deriva il termine priapismo, una condizione medica alquanto perniciosa. Data la natura del culto di Priapo si può solo apprezzare la sobrietà dei cristiani, che elessero a simbolo della loro religione una più austera croce.

Ma anche Assiri e Fenici adoravano una divinità omologa, il dio Kmul, anch’egli raffigurato da un’enorme membro. La vita per gli omofobi, all’epoca, doveva esser dura.

Gli israeliti erano soliti giurare mettendosi una mano sui testicoli (testes=testimoni) ma per Persio e Aretino i testicoli sarebbero sì testimoni, ma dell’atto sessuale. In caso di mancata consumazione potrebbero forse persino essere interpellati dalla Sacra Rota.

Cosa c’entra tutto questo con la grafologia?

È presto detto. Secondo la grafologa Michelle Dresbold «appendici a forma di fallo nella scrittura, sono quasi sempre un segno che lo scrivente è ossessionato dal sesso e ha vivide fantasie erotiche. Spesso questi scriventi possono raggiungere il piacere sessuale solo indulgendo in pratiche estreme e non convenzionali».

Un fallo nella scrittura?

Questi sono gli esempi portati da Dresbold.

Il primo (1) appartiene a Chevalier d’Éon de Beaumont, una specie di Lady Oscar ante litteram. Di professione spia, fu ammesso tra le dame d’onore dell’imperatrice Elisabetta Russia e convinse persino Luigi XVI del suo essere “donna dentro” al punto che il re, commosso dalla sua triste storia, gli mise a disposizione dei fondi per rifarsi il guardaroba. D’Éon sosteneva infatti di essere nato donna, ma che il padre, per poter entrare in possesso di un’eredità, l’avesse cresciuto come un maschietto. Peccato che alla sua morte il responso fu unanime: D’Éon aveva il  fallo ed era quindi un impostore (o più semplicemente un transessuale).

La seconda scrittura (2) è del Marchese de Sade, che non ha certo bisogno di presentazioni, e la terza (3) del suo omologo von Sacher-Masoch inventore, si fa per dire, del masochismo. Ci vuole probabilmente una certa fantasia per vedere del fallo in queste tre scritture (dopo tutto il fallo, come la bellezza, è nell’occhio di chi guarda), fantasia che non è invece richiesta nel caso della scrittura di Aleister Crooley in cui il gesto fallico più che inconsapevolmente trasfuso sembra del tutto esplicitamente disegnato.

Aleister Crowley (4), il cui vero nome era Edward Alexander Crowley, viene considerato il fondatore dell’occultismo e del moderno satanismo. A lui va quindi attribuita la responsabilità morale della dozzinale estetica di un certo tipo di heavy metal (non è male tuttavia la canzone di Ozzy Osbourne a lui dedicata) nonché delle sempiterne rampogne sui pericoli demoniaci dell’ascolto dei luciferini 33 giri («il messaggio all’incontrario ha un effetto straordinario: se lo ascolti all’incontrario resta ugual»).

Il suo curriculum è di tutto rispetto. Autodescrittosi come “l’uomo più perverso del mondo”, teorizza apertamente la pratica dell’omosessualità e scrive encomiabili testi quali la Ballata della sodomia passiva, prima di finire i suoi giorni sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Il fallo, con tanto di testimoni, in questo caso è indubbio.

Più opinabile il fallo del Reverendo James Warren (5), carismatico leader del People’s Temple accusato di lavaggio del cervello e abusi sessuali, nonché responsabile della morte di 900 persone indotte al suicidio di massa. Anche la f di Micheal Jackson (6), con tutta la buona volontà, sembra solo una f, mentre è di un certo interesse la W di tale Wilbur (7), di cui tuttavia l’autrice non ci dice granché: “Potreste conoscere Wilbur. È il tipico tizio della porta accanto che si nasconde nei cespugli con il binocolo…”. Strani vicini, quelli di Michelle Dresbold.

Croowley a parte, come si sarà capito, sono piuttosto scettico sull’esistenza del “fallo grafologico”. O almeno lo ero, fino a quando non mi è capitata tra le mani la scrittura di una cara amica. Dovrei preoccuparmi? Al lettore il non arduo compito di rintracciare il fallo nella sua scrittura.


Post Scriptum
: i falli più “convincenti” sono quelli che esulano dal modello scolastico. Che una p o una f assomigli a un fallo non ci dovrebbe stupire, nella misura in cui queste lettere hanno già di per sé una forma fallica (e come insegna Freud, qualsiasi oggetto convesso, opportunamente interpretato può assumere nella nostra immaginazione una forma fallica). Insomma, vedere falli ovunque non è una mai un buon segno. In alcuni casi sarà un indice di un problema dell’analizzando, in altri casi, forse più frequenti, dell’analista.

 

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